martedì 24 dicembre 2013

Auguri di buone feste



E così, il Natale è alle porte. Significa che il 2013 è quasi giunto al termine.
E' stato un anno diverso dai precedenti.

Ho corso, ho corso tanto. Non mi sono fermata quasi mai, ho corso dietro ai sogni e alcuni hanno inseguito me.
Ho saltato ostacoli più grandi di me, ma alla fine sono atterrata in piedi.
Ho mandato giù bocconi amari, ma erano addolciti da soddisfazioni umane - come amo chiamarle - e che nessuno potrà portarmi via.

Il mio bilancio è positivo, mi rimprovero - come sempre - qualcosa, ma sono anche soddisfatta dei passi che ho compiuto. Non tutto il percorso l'ho fatto da sola, ho avuto tante persone accanto a me, ed a loro, vanno sia i miei auguri, sia un ringraziamento speciale.
Non li nomino tutti, sarebbe un articolo troppo lungo, ma chi è stato vicino a me, lo sa!

Guardando indietro, sicuramente non posso dire, però, che il 2013 è stato un anno, per la nostra società così tanto positivo, abbiamo disoccupazione alle stelle, servizi dimezzati, perdita di valori e di fiducia.
C'è tanta diffidenza e poco speranza nel futuro.
Tante lamentele, troppe.
A memoria, la mia, il 2013 è stato un anno dove troppe persone hanno perso la vita, troppi i suicidi, troppi i femminicidi, ancora troppe le morti sul lavoro.
Quindi, sì, il 2013 è stato un anno negativo su diversi fronti, alcune parti del mondo sono teatro di guerre e distruzione.

L'augurio che quest'anno voglio lasciare a tutti noi è un augurio di speranza, speranza che qualcosa possa cambiare.
Siamo noi a doverci impegnare, giorno per giorno, a mettere in atto questo cambiamento.
Accorgendoci del vicino.
Prestando attenzione a chi è lontano.
Avendo coraggio.
Riconquistando fiducia.

Sarà difficile, ma siamo tenaci!
E ieri sera, ad una cena, ho letto questa frase: "Prendi qualcosa per essere felice? Sì, decisioni!"Mettiamola in pratica!

Chiara

mercoledì 18 dicembre 2013

18 dicembre: giornata internazionale del migrante.


E' dal 2000 che si celebra questa giornata.
Perchè? Perchè il 18 dicembre del 1990 veniva adottata la Convenzione per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie.
Questa convenzione entra in vigore nel 2003 al fine di codificare e garantire diritti ai migranti ed alle loro famiglie, come ad esempio:  il diritto alla vita, il diritto a non essere sottoposti a tortura o a trattamenti inumani e degradanti, il diritto di non essere tenuti in schiavitù, il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione.
Altresì, la Convenzione, prevede alcune disposizioni volte a combattere lo sfruttamento dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie in tutte le fasi del processo migratorio, senza distinzione tra migranti regolari ed irregolari. 
23 anni dopo la sua adozione, è stata ratificata solo da 46 Stati, l'Italia, però, manca all'appello.

La giornata di oggi non è volta a celebrare "la migrazione", ma bensì a sollecitare la ratifica di questa Convenzione ed il rispetto di quelle precedentemente firmate.
Lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite ha sottolineato come sia necessario che gli Stati si impegnino a creare politiche che sostengano i migranti sotto diversi profili, da quello economico, a quello legislativo e sociale: « 232 milioni di migranti portano benefici ai paesi di destinazione e di origine. Aiutano le nostre società ad essere più prosperose, solide e varie», ha dichiarato Ban Ki Moon oggi a New York.
Pensiero condivisibile, soprattutto se si pensa che l'Italia è uno dei paesi di accoglienza e spesso di permanenza, dopo i cosiddetti "viaggi della speranza".

Troppo spesso si viene a conoscenza di situazioni dove i diritti umani vengono violati (e non mi riferisco esclusivamente al servizio mandato in onda dal Tg2 l'altra sera, in quanto la questione CIE è nota da tempo, sia per il trattamento riservato alle persone che vi transitano, sia in merito al fallimento di questo luoghi, i numeri pubblicati da "Vie di fuga" parlano chiaro: 7.944 persone hanno transitato per i Centri nel 2012 e sono 4.015 sono state rimpatriate, le altre o non sono state identificate, o sono stati dimessi per vari motivi, oppure arrestati o deceduti) e queste persone vengono considerate mera forza lavoro, da sfruttare o schiavizzare.
Un altro problema che merita di essere sollevato è l'etichetta che queste persone si ritrovano incollata loro malgrado, vengono considerati troppo spesso "delinquenti" o "sono loro che rubano il lavoro", quindi utilizzati come capro espiatorio per esorcizzare la crisi economica che stiamo vivendo.

Sappiamo bene quanto non è utile nè costruttivo generalizzare un evento, oppure un gruppo di persone.
Vogliamo una società inclusiva e strumentalizziamo quello che, in quel determinato momento, può essere utile.
Desideriamo una società civile, ma non ci rendiamo conto che con la violenza o la sottomissione otteniamo tutto il contrario.
Parliamo di Welfare State e sappiamo solo quanto è stato smantellato, ma poco facciamo per riaverlo fra le mani e magari più efficiente.

Ricordiamo due cose: restiamo umani e non  dimentichiamo la nostra storia

Chiara


martedì 10 dicembre 2013

10 dicembre: Giornata Mondiale dei Diritti Umani


Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Per la prima volta nella storia dell'umanità, era stato prodotto un documento che riguardava tutte le persone del mondo, senza distinzioni o discriminazioni.

Continuo a chiedermi se nel passato, le menti degli uomini fossero più "avanti", od il pensiero più acuto. Le cose stanno degenerando, i valori si stanno perdendo e spesso i diritti sono calpestati...e siamo nel 2013, mentre questi documenti (la nostra Costituzione, ad esempio, ed altri documenti importanti) sono stati scritti almeno 50 anni fa. Certo, si usciva da un periodo fatto di guerra, distruzione, morte e dolore, però lo scopo di queste dichiarazioni non era quello di durare solo nell'immediato dopo guerra, ma avere un sguardo di lungo...lunghissimo periodo.

I primi articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani suonano come "normali", come "ovvi", leggendoli mi viene naturale pensare: «ma perchè dovrebbe essere il contrario?» e le risposte sono tante, ma davvero tante.
Dai soldi, alla politica, al potere.

Io, però, non ho nè soldi, nè politica, nè potere e posso, ogni giorno, portare avanti la mia battaglia per il rispetto di questi diritti.
- Vuoi durante una riunione di due ore dove nessuno par rendersi conto che in mano si hanno le "sorti" di una donna o di un uomo e non di un pacco.
- Vuoi quando sento dire: «siamo barboni, Chiara, che altro vuoi che siamo??» E rispondere: «Persone, S., siete persone. Nessuna etichetta strana, persone!».
- Vuoi quando mi trovo in una classe di 20 ragazzi ed uno di loro è preso in giro perchè?? Ecco, perchè viene preso in giro e deriso? Perchè ha quel "qualcosa" che lo rende diverso? Fa compiti diversi, segue lezioni più facili e perchè sta cercando di capire se è etero o omosessuale?
- Vuoi quando vedo escluso dal gioco quel bambino "colorato". Bambino colorato??
Mi verrebbe da prendere pennarelli e colorare il mio viso e dire, sì, io sono colorata, ma lui è solo un bimbo come voi!

E gli esempi sarebbero tanti, ma quello che è importante è: iniziamo da noi e da quello che ci circonda!
Abbiamo un mondo a disposizione, ma non possiamo salvarlo tutto, sarebbe impossibile, ma possiamo contribuire guardandoci attorno.

Educhiamoci alla sensibilità e all'attenzione per i diritti ed il rispetto per l'altro.



Chiara






lunedì 9 dicembre 2013

"Marte, cose buone da dentro", un temporary store a Torino

Uno slogan come "cose buone da dentro" non poteva essere più efficace.
Dal 6 dicembre, a Torino, è aperto "Marte", uno store temporaneo, la cui chiusura è prevista per il 24, dove è possibile trovare diversi prodotti interamente fabbricati o creati da persone detenute nelle carceri piemontesi, inoltre sono previsti momenti culturali.

All'iniziativa hanno collaborato diverse cooperative ed associazioni,qui è possibile leggere il Comunicato Stampa della "Compagnia di San Paolo", che comprende l'elenco dei partecipanti a questa utile iniziativa e le informazioni utili.
E' stato inaugurato venerdì 6 dicembre, ed io ho deciso di fare una capatina proprio il giorno successivo per farmi un'idea e vedere se potevo acquistare qualcosa e, perchè no, farne un regalo di natale.

Arrivando da Via Garibaldi ho proseguito seguendo le indicazioni e non appena entrata l'atmosfera che ho respirato è stata delicata, le pareti bianche con appese fotografie dei lavori, sicuramente ha aiutato.
In un paio di salette sono esposti i prodotti realizzati si va dal Vino "ne vale la pena" al "biscotto libero", è possibile sfogliare libri tattili in braille "SCAtenati" e trovare anche i prodotti "Fumne".
Sono rimasta incantata ed affascinata dalla bravura di queste "fumne" nel realizzare borse e zaini, mi è piaciuto poterle toccare ed osservare e sopratutto comprarne una, per far un originale regalo di natale ad una bambina.
Non è il solito gioco e non è la solita gonnellina, questo prodotto e questo regalo hanno un valore aggiunto, almeno per quanto mi riguarda.

Come specificato i prezzi sono quelli di mercato e non ho potuto comprare di più, ma vedere quegli oggetti, quei prodotti e pensare all'impegno che c'è dietro, a me, ha dato una certa soddisfazione.
Lotto quotidianamente con i pregiudizi delle persone, cerco di spiegarmi e talvolta fatico, non sempre riesco a far capire, che nonostante tutto, nonostante il reato commesso, resta la persona.
Certo, resta il dolore per chi ha subito, ma quella è un'altra storia, che potrò affrontare in un altro articolo.
C'è una persona dietro le sbarre che, per Costituzione, va ri-educata e ri-abilitata ed questi progetti, queste iniziative sono un passo verso quell'obiettivo.

Chiudo con un comma dell'articolo 27 della nostra carta costituzionale, i padri fondatori, forse, erano più "avanti" di noi per riuscire a scrivere questo pensiero, pensiero che oggi sento mancare, soprattutto quando mi sento rispondere "Sei solo un'illusa!"

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Locandina dell'iniziativa

Chiara

giovedì 5 dicembre 2013

I disegni dei bambini...

....questi sono i miei pensieri sociali di oggi, solo questi.
Nessun parola in più a descrivere questi disegni. Sicuramente sorrisi.











lunedì 2 dicembre 2013

2 dicembre: giornata mondiale contro la schiavitù

Il 2 dicembre 1949 veniva approvata "Convenzione delle Nazioni Unite per la soppressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione altrui".

Sono passati 60 anni, circa, e quello che trovo giusto chiedermi e chiedere è: qualcosa è cambiato? Se è cambiato, come? Sono stati fatti dei passi avanti? Verso quale direzione?

Apriamo, però, un giornale oppure accendiamo la tv sintonizzandola su un tg e cerchiamo di capire cosa accade sia lontano, che attorno a noi.
Notizia di poche ore fa: Primo dicembre, Prato 7 operai cinesi morti, 5 uomini e 2 donne.
Possiamo porci tutte le domande del caso, ma ho sentito nelle interviste del tg che i controlli nella zona pratese sono serrati, ma che il fenomeno delle fabbriche gestite da orientali, con gli operai che vivono in condizioni disumane è in continua espansione.

Che a Prato ci sia una forte presenza cinese lo sappiamo tutti, ed è per questo che le Forze dell'Ordine fanno controlli serrati, ma che non hanno però il potere di prevenire questi accadimenti. C'è un quadro di illegalità che non possiamo più far finta di non vedere, tanto è che il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, sostiene  "questa tragedia l'abbiamo sulla coscienza tutti. Occorre andare più a fondo nella denuncia della più grande concentrazione di lavoro nero in Italia. Siamo sotto la soglia dei diritti umani".

Di fronte a questa dichiarazione mi chiedo: è ancora il 2 dicembre, giornata contro la schiavitù?
Ed è solo questa la "schiavitù?"
Questi roghi, con i letti nelle fabbriche che diventano luoghi di morte, sono nuove forme di schiavitù?
E cos'altro può essere annoverato sotto la categoria schiavitù ai nostri giorni?

Ogni anno si riflette sull'argomento ed ogni anno le cose non cambiano, forse peggiorano.
Mi chiedo cosa possa essere fatto, sempre che, a questo punto qualcosa possa essere fatto.

Denunciare?
Prevenire?
Controllare?

Ogni azione compiuta in virtù della salvaguardia dei diritti umani è un'azione verso la giusta direzione!

Concludo con una canzone di Daniele Silvestri "Kunta Kinte":

«L'unico miracolo politico riuscito in questo secolo 
e avere fatto in modo che gli schiavi si parlassero 
si assomigliassero 
perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. 

Però così succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono 
magari poi riconoscendosi 
succede che gli schiavi si organizzano 
e se si contano allora vincono.»

mercoledì 20 novembre 2013

L'alluvione in Sardegna...

Tutti sanno cosa è accaduto in Sardegna in questi giorni, ci sono fotografie, video, nei salotti televisivi se ne parla, nei telegiornali passa il numero dell'iban per inviare un aiuto a quella (nostra) terra completamente distrutta.

Voglio, però. per una volta utilizzare dei numeri (fonte: Corriere della Sera), in questo caso rendono più delle parole:
16 morti;
4 bambini;
1 disperso:
2.737 gli evacuati:
in 24 ore caduta la pioggia di 6 mesi;

Di fronte a questi numeri cosa è possibile dire? A me, sinceramente, mancano le parole. Ascoltavo, oggi, una trasmissione, dove una scrittrice diceva che di fronte a tutto questo sono necessari gli abbracci, adesso è il tempo degli abbracci, poi ci sarà il tempo della rabbia, dell'incredulità e così via, ma adesso è il momento degli abbracci.
Non mi trova molto concorde, no!
E' il momento degli abbracci?
Ho visto immagini che mi hanno stretto lo stomaco, spaccato il cuore e fatto venir voglia di passare attraverso lo schermo del televisore, ma non per abbracciare, ma per aiutare quelle persone che sono smarrite di fronte al disastro.
Con un abbraccio non porto via il fango e le macerie, con un abbraccio - adesso - purtroppo non risolvo nulla. Ci vuole concretezza e che i 20 milioni di euro stanziati dal Governo arrivino in tempi brevi e siano utilizzati per sistemare questa terra.

Ogni anno c'è una città colpita, da Genova a Sarno, l'Italia non è indenne a queste catastrofi, lo sappiamo bene, ed ogni anno vedo lo stesso geologo che dice in televisione, quasi sconsolato: «è necessaria la prevenzione, i sindaci devono monitorare il proprio territorio, si devono rispettare i letti dei fiumi, non si deve costruire abusivamente e poi condonare». Lo ripete, un pò in Rai, un pò in Mediaset, però non funziona, pare che il messaggi non passi e - forse - non passerà mai.

Questo post, però, lo voglio dedicare a Pietro (conosco solo il nome), una voce al telefono oggi su Rai 1.
Pietro, un soccorritore disperato, che ha detto queste parole: «Non ho potuto fare di più, fossi stato più forte li avrei salvati», stava cercando di mettere in salvo un papà ed un bambino, ma non è riuscito nell'impresa.
Si rimproverava per questo.
Ha provato, con tutto se stesso e le sue forze!
Mi ha colpito la sua voce rotta dai singhiozzi e mi ha distrutto l'anima il suo non darsi pace.

E quando tutto sarà (se mai sarà) tornato alla normalità ci potremo abbracciare, e sarebbe ancor meglio potersi abbracciare perchè abbiamo deciso di rispettare il nostro paese, di far tesoro delle parole degli esperti, perchè in qualità di governanti abbiamo il coraggio di prendere decisioni anche contro corrente, che non fanno scalpore e non mettono in mostra, ma che tutelino tutti noi e la nostra terra.

Chiara


mercoledì 6 novembre 2013

Altri pensieri...fra i pensieri

...è una di quelle giornate infinite. Dove il tempo sì passa, ma non si capisce bene se passa troppo in fretta o scorre troppo piano. Guardi l'orologio e ti stupisci dell'ora che stai leggendo, perchè hai già fatto così tante cose che non ti sei accorto del tempo che è passato, ma ne resta ancora così tanto e, forse, vorresti che sia già ora di andare a dormire.

Chiudere il mondo e riprendere se stessi fra le braccia.

Accade, però, l'imprevisto o gli imprevisti.
Esci dalla macchina ed inizia a piovere e sei senza ombrello. Trovi quasi tutte le vie della città chiuse per i lavori in corso per arrivare a destinazione, quella destinazione. Non c'è un colpevole, forse il destino? Sarebbe troppo semplice.

Si affronta ogni tassello, ma uno alla volta.

In circolo adrenalina, stanchezza e fame. 
Non hai tempo di dedicarti alle tue necessità, perchè prima vengono quelle di altri, quelle dei «poveri disgraziati, Chiara, inutile da dire siamo dei poveri disgraziati. Se ci troviamo qui è perchè siamo quello!»
Devi essere testa, cuore, corpo e mente. Al 100% non sono "ammessi" errori.

Quando stai prendendo il ritmo senti un rumore, una botta decisa, come se qualcuno avesse sbattuto. Eh sì, ha davvero sbattuto. 
Barcollando, una persona, ha preso in pieno una porta. 
Mi affaccio per sincerarmi che tutto sia a posto, nessuna ferita o altro. Niente di grave, ha ammortizzato lo zaino.
Quest'uomo mi vede, a passi pesanti mi si avvicina ed in una frazione di secondo mi si butta addosso, stanco, distrutto, ubriaco ed arrabbiato col mondo. 110 kg addosso.
L'istinto che ho avuto è stato quello di parere il colpo, con la forza delle braccia ed i palmi delle mani ben aperti, sollevarlo e cercare un appoggio al muro. Non stava in piedi.
Sul momento, in preda all'istinto di sopravvivenza, non ho pensato a cosa poteva significare quel gesto.
Dopo ho riflettuto e, sebbene non potessi fare altro, mi sono domandata che rimando o che immagine ho dato.

"Togliti", "spostati", "non mi toccare".
Non era quello, solo che i miei 65 kg scarsi non erano in grado di sostenere un peso "morto" e non era comunque corretto, ma avrei potuto o dovuto fare diversamente?

...ancora. «Signorina, ma io per una questione legale internazionale non posso accettare abiti che non sono miei!"»
Attorno a me ed a questa signora altre persone che, come noi, sentivano l'odore di questa donna. Un luogo chiuso, dove la convivenza è forzata e come regola c'è: farsi la doccia e che fare se non spiegare quanto sia importante fare una doccia (col bagno schiuma ed acqua calda) e dopo mettersi abiti puliti e stirati?

Non potevo insistere sul prendere o meno gli abiti, ognuno ha la propria libertà di scelta. 
Gli occhi persi nel vuoto, un sorriso triste ed il viso (come le mani) martoriato. I capelli grigi, un ombrello rotto e vestiti che, per usare un'espressione comune, "stavano in piedi da soli".
Mi parla, mi segue, mi cerca. Le parlo, le sorriso, la incoraggio.
Talvolta il discorso è lucido, in altri momenti è ai limiti del ridicolo.

Tutto ha un suo perchè.

«Chiara vieni qui accanto a me che ho davvero male!»
Mi avvicino, noto i segni di un incidente passato. Gli involontari movimenti del viso e delle labbra. La sigaretta stretta fra le dita, «sono preoccupata. Non so dove andare e fra poco mi scade la permanenza! Dove vado? Io non ho mai dato problemi, aiuto e pulisco!».

La promessa, perchè questa potevo farla, di riportare la sua preoccupazione nel luogo opportuno. Non ho promesso il falso, nè ho promesso una soluzione immediata.
Diamo sempre un dato di realtà.

Quella sera il mondo mi ha voluto mostrare qualcosa, insegnarmi qualcosa e farmi dare qualcosa.
Ho fatto del mio meglio e nelle orecchie le parole di un signore di 50 anni appena uscito dalla Casa Circondariale: «Siamo ottimisti, non abbiamo più nulla da perdere!».
Gli ho risposto: «Vero, S., e chi ci ammazza??»

Chiara






mercoledì 16 ottobre 2013

«La performance ha bisogno di ispirazione» [Cit. Patrick Perissinotto]

Niente!
Non ce la faccio, non riesco a non trattenere le lacrime. Ho cambiato da poco la suoneria del cellulare mettendo "Il sale della terra", ed oggi - quando ha squillato - ho avuto un sussulto.

Non voglio raccontare chi è (odio scrivere era) Patrick Perissinotto, i giornali hanno fatto la loro parte.
Voglio scrivere i miei ricordi, di quello che sei per me.

Sicuramente un "incoraggiamento" nello scrivere. Ti sei letto tutto quello che c'era da leggere di mio e mentre noi parlavamo, ho scritto "due righe" in diretta. Dedicate a quel momento.
Di tutta risposta arriva una canzone di Bruce, che tengo per me, ma che ho ascoltato più e più volte (insieme alle tue demo!!ovvio!!)

Un "rimprovero" per quando non venivo ad un concerto: «Non ti ho visto sotto al palco!!» ed io tergiversavo, ma a volte mi dimenticavo proprio, ma sappiamo che io sono fatta così. Oppure quando mi scrivevi su whatsapp e...rispondevo dopo due ore.
Così come su facebook, il nostro ultimo messaggio è di venerdì 11 ottobre:
«Ciao carissima, come stai?»
«Ciao carissimo, tutto bene, tu?»
«Bene, bene».

Un'eco strana mi lascia quel "bene".

Sei "grandi risate". Vuoi davanti ad un caffè (non mi perdono di aver posticipato quello in programma), vuoi davanti ad una birra. E quelle risate miste alle tue provocazioni, con la mia conseguente alzata di ciglio per la mia "fede" politica.

Nessuno è perfetto, lo sappiamo, eccome se lo sappiamo!
Nessuno è perfetto, ma ciascuno è unico e così sei tu.

Unico nella voce, unico nell'essere amico ed unico nell'essere semplice, umano e delicato.

Mi trema un labbro e gli occhi si stanno nuovamente appannando.
Mi hai scritto «La performance ha bisogno di ispirazione», per questo post sei tu sia la performance che l'ispirazione.

Un colpo all'anima - Schegge Sparse

Chiara




giovedì 26 settembre 2013

Lo SLOTMOB parte da Biella

Biella avrà numerosi difetti, domani, però, colmerà - in parte - queste sue mancanze.

E' da Biella che prende il via lo Slot Mob, iniziativa che vuole sensibilizzare ulteriormente l'opinione pubblica e la classe politica su quanto sia deleterio e dilagante il fenomeno del gioco d'azzardo.
Non voglio soffermarmi sul gioco d'azzardo in sè, in quanto sia sulla pagina facebook che in un altro articolo di questo blog la riflessione ha avuto modo di essere sviluppata, ma voglio concentrarmi sul significato di questa lodevole iniziativa.

E' oramai evidente di quanto le "macchinette", le sale slot ed i siti internet che invitano a giocare si siano diffusi e con quale rapidità.
Qualcuno si è allarmato come il programma "Le Iene" che coinvolgendo alcuni sindaci d'Italia ha realizzato un video affinchè con il loro messaggio dissuadessero i cittadini sia a giocare, sia ad avere nel proprio locale una slot.
Per vedere il video clicca qui
Non bastano, però, i video dei Sindaci, non bastano le campagne pubblicitarie. Serve la mobilitazione cittadina, serve capire a fondo il problema, comprendere le conseguenze di questo fenomeno ed evitare che si ripetano. Storie che hanno come denominatore comune: la perdita.

Possono essere un giorno 5€, poi 10€ e si passa a 50€, poi si raccontano bugie, a volte ci si indebita, vengono meno gli equilibri, i litigi aumentano, si giocano cifre sempre più alte con la speranza di vincere e così la dipendenza nasce, cresce e si insidia. 

Perchè arrivare a quel punto?
Per uscire da quel circolo vizioso è necessario attivare percorsi di riabilitazione, ripartire da zero perchè i soldi rimasti (se sono rimasti) sono pochi, ricostruire legami e ritrovare se stessi.

Non sarebbe meglio sensibilizzare, informare, prevenire o ancor meglio evitare?
Sono davvero necessarie le slot nei bar?
Le sale bingo o di scommesse non potrebbero lasciare spazio ad altri esercizi commerciali in città?
Non sarebbe più utile offrire alternative più salutari e costruttive a coloro i quali credono che "tentare la fortuna" posso davvero risolvere i problemi?

Domani 27 settembre parte lo Slot Mob e per vedere il calendario eventi e le città nelle quali viene realizzato basta cliccare qui e, perchè no, partecipare.

"Un bar senza slot ha più spazio per le persone" recita lo slogan ed io aggiungo, anche per quattro chiacchiere in compagnia.

Chiara

mercoledì 18 settembre 2013

Un pensiero fra i pensieri....

...che poi io rifletto, penso, mi danno l'anima, mi cruccio, rido e sorrido, a volte mi do per sconfitta ed altre, invece, mi sento sulla rotta precisa con vento a favore.

Spesso mi interrogo sul perchè di determinate scelte, mi rispondo perchè è giusto che io mi dia una risposta e non fugga da me stessa.
Quando invece non mi faccio domande le risposte mi cadono fra le mani e trovano un giaciglio sicuro.

Le risposte sono tante:
"Se salgo sulla sedia posso raggiungere la tua altitezza!" (un bambino durante una meravigliosa estate)

"Chiara, ti prego non mi dire che sei rimasta senza lavoro, hai fatto così tanto per noi, adesso noi che cosa facciamo per te?" (pochi giorni fa, fuori da un supermercato due ragazzi del CPPA di Biella)

"Potresti lasciarmi il tuo numero di telefono perchè anche solo sentire una voce mi tranquillizza" (la signora anziana che seguo da qualche tempo)

"Chiara, ma secondo te, io sarò mai normale??" (domanda che mi fece un ragazzo con disabilità a seguito di un piccolo incidente durante la preparazione di un panino)

"Perchè qui dentro si vive di merda, ma siamo qui e non dobbiamo mangiare solo la torta, ma guardare anche la ciliegina e ci dobbiamo impegnare!" (Un ragazzo tossicodipendente durante una riunione ospiti-operatori)

"Chiara di giorno e Chiara di notte!" ("Non fa una piega!" un ragazzo in comunità psichiatrica).

"Leggo il tuo blog, ed anche se sono solo a metà tirocinio e vorrei mollare, punto alla meta!" (una studente universitaria durante il suo tirocinio)

E tante altre risposte, che, quasi ogni giorno mi ricordano il "perchè" della mia scelta e del mio credere in quella scelta.
Mi sono illusa, ho idealizzato, sono caduta ed ho elaborato l'illusione e la delusione, ma sempre qui, sempre sul pezzo, perchè perdere di vista i nostri obiettivi e non credere più nelle nostre scelte....è come fare autogoal!

martedì 10 settembre 2013

A passo...d'anziano

Alcune delle frasi che spesso si sentono dire: "Non ho tempo", "il tempo corre!" e "sono di fretta!!".

Che talvolta sia vero nessuno lo mette in dubbio, si è in macchina e non è ancora scattato il semaforo verde che già il coro di clacson inizia a rompere i timpani. In coda alla cassa tutti sbuffano e guardano l'orologio e per strada quanti, invece, ricevono una spallata perchè non si pensa ad altro che al tempo?

Il tempo, che è una risorsa che non riavremo mai indietro, è certo che corre, che non fa sconti e che non aspetta noi, ma credo che sia possibile tenergli testa.
Oltre però all'organizzazione della propria vita, quante cose perdiamo, a quanti particolari non facciamo caso essendo sempre di corsa e con la testa immersa negli impegni?

Provare per credere, essere più tranquilli e poter fare le cose con meno pressione permette di vivere più serenamente, ma per poter capire meglio quanto per alcuni "andare piano" sia l'unica soluzione è avere a che fare con un anziano.
Per ragioni lavorative devo accompagnare una signora di 82 anni a fare alcune visite e, per ragioni mediche, lei deve andare a piedi. Il tragitto non è lungo, ma per lei di certo è difficoltoso, sopratutto avendo problemi notevoli di salute. Per muoversi ha bisogno del bastone e di una persone che le offra il braccio al quale lei si aggrappa con la forza che ha.

Le offro il mio braccio, saldamente impugna il bastone e ci incamminiamo.
Per compiere quel tragitto io, da sola, impiego 10 minuti, con lei ho impiegato mezz'ora.
Ogni passo è uno sforzo, controllare gli ostacoli, le buche, i marciapiedi, i gradini e sostenerla.

Lei che si scusava con me, ed io che la incoraggiavo e la tranquillizzavo.
Tante persone hanno sfrecciato accanto a noi e mi sono resa conto che, anche io, spesso corro anche se non ho la necessità di farlo perchè, oramai, sono programmata così.

Mettersi accanto a chi non può fare diversamente, permette di comprendere molte cose e conoscere un nuovo mondo....e, forse, prendersi cinque minuti per guardarsi attorno ci gioverebbe 

Concludo con una frase di una canzone di un gruppo che amo ascoltare: «Chi arriva prima, aspetta!».

Chiara

martedì 6 agosto 2013

Il paradosso italiano - di Gabriel Lena

In un paese considerato normale e moderno, una volta letta la sentenza in Cassazione si assorbe il colpo, si può anche reagire come è giusto che sia per la ratio umana, ne consegue però una esecuzione della pena. D’altronde, la “Legge è uguale per tutti”, no? Ma noi non viviamo in un paese normale, noi viviamo in un paese paranoico nel quale il sistema giudiziario è costantemente strumentalizzato e messo sotto accusa dalla classe politica. Le nostre radici ci insegnano che viviamo in un paese profondamente martoriato in passato dal regime totalitario. I Padri Costituenti avevano ben chiaro che, per evitare di ripiombare in periodi bui e di terrore, era doveroso separare nettamente i tre poteri dello Stato. Cosa resta quindi di tutte quelle bellissime frasi scritte sulla nostra Carta Suprema? Il silenzio.
In questi giorni si è raggiunto, credo e spero, il picco più elevato dell’assurdo e dell’insensato per il genere umano. Viviamo in un paese nel quale, parte della classe politica, si mobilita come non mai per difendere il proprio leader condannato. Accanto a questo, viviamo in un paese nel quale centinaia di persone arrivano a fine mese con molta fatica, e non potendo più sopportare sulle proprie coscienze il peso del fallimento causato dalla crisi globale, si tolgono la vita, annientando per sempre la felicità di intere famiglie. Viviamo in un paese nel quale disabili e anziani non sono tutelati, e i loro diritti, considerati essenziali, vengono messi all’asta in base alle decisioni della classe dirigente. Ma vi pare possibile che nel 2013, un politico, possa decidere se finanziare oppure tagliare oppure azzerare un fondo da destinarsi alla coesione sociale? Strumento teso a tutelare dei diritti primari e sacrosanti, garantiti dalla nostra Legge Madre? Il silenzio.
Vi pare possibile che in un paese come il nostro, mentre ci sono persone che scendono in piazza ad inveire contro una giustizia considerata ingiusta, ci siano altre migliaia di persone che si vedono la loro dignità calpestata, senza uno straccio di lavoro, senza garanzie? Il silenzio.
Vi pare possibile che, mentre i media e i politici discutono su arresti domiciliari o affidamento in prova ai servizi sociali, ci sia una donna che muoia di parto perché l’elisoccorso è guasto? Il silenzio.
Perché la classe politica non mobilita le proprie risorse intellettive, purché ci siano realmente, per risolvere i veri problemi di una Italia che da decenni sta affondando? Perché? Il silenzio.
Mi vergogno nel vedere quelli che si dovrebbero chiamare “onorevoli”, disonorare senza ritegno il rispetto ed il valore di ogni singolo cittadino.

Mi sto profondamente vergognando di essere considerato un Cittadino italiano.

Gabriel Lena 

giovedì 1 agosto 2013

Una giornata diversa: invertiamo i ruoli

Educatore, insegnante, genitori, dottore, nonni, quante figure ruotano attorno ad un bambino e tutte con un ruolo ben preciso, solitamente indiscusso.

Ed il ruolo del bambino qual è?
Sicuramente essere bambino, con tutti i diritti che l'essere bambino comporta, senza - però - dimenticare i doveri.
Però, se un giorno, per qualche ora si invertissero i ruoli? 
Cosa accadrebbe?
Io, l'ho scoperto.

Innegabile dire che si aprono dei mondi, tutti da scoprire e che non aspettano altro!
Facce di una stessa medaglia, forse, coperte da quello che è appunto "il ruolo".
Per qualche ora, un giorno, ho svestito i panni dell'educatrice e ho voluto indossare quelli della bambina, imprestando i miei ad alcuni bambini.
Erano larghi, erano scomodi, erano belli, erano spigolosi, erano complicati...ma erano i panni "della Chiara".

E dunque mi sono trovata a chiedere "posso fare...andare...?";
ho dovuto aspettare che mi il cibo mi fosse servito nel piatto e, fino al termine del pranzo, non ho potuto lasciare la sedia (quando ho provato a farlo, sono stata messa a sedere immediatamente: «No, Chiara, non tocca a te!!»;
ho detto «grazie», quando normalmente avrei detto «prego»;
ho osservato come alcuni di questi bimbi si confrontavano con chi invece aveva tenuto i suoi "abiti";
ho visto come le regole che, di solito, faccio osservare e ripeto io, venissero fatte rispettare da chi ha l'abitudine di non farlo;
ho notato la fiducia che i bambini hanno fra di loro e di quanta attenzione prestino l'uno all'altro.

Sono state ore meravigliose, ho capito tante cose di quelle creature che ogni giorno passano, buona parte della giornata in mia compagnia. Ho avuto modo di avere un'altra prospettiva e di godere di quella posizione, loro sono stati splendidi e mi hanno insegnato tanto, ed io, grazie a questo "gioco", ho capito il valore degli sforzi quotidiani e del conseguente successo.
Non appena ho indossato nuovamente i miei panni, nonostante qualche strappo ed una ritrovata sicurezza è arrivata una frase:
«Chiara, io il tuo lavoro non lo farei mai, mi sono arrabbiato troppo. Perchè non si ascolta subito?? E poi tutta quella storia delle ore, no, il tuo lavoro non lo farò mai!».
Ho risposto che il "mio" lavoro è splendido grazie a loro, grazie all'entusiasmo che mi muove ogni giorno e che, capire determinate cose è importante in ogni situazione.

....e nonostante quel "non lo farò mai" il giorno successivo (ed anche quelli dopo) qualche vestito della Chiara è stato indossato da qualche bambino, in maniera così naturale e semplice che le soddisfazioni, a fine giornata a casa le porti, e tutto finisce nel cassetto dei ricordi.

Chiara

martedì 16 luglio 2013

La Bambulanza - l'ambulanza pediatrica

Non la conoscevo, così tante mamme e gli stessi bimbi.
Di che cosa sto scrivendo??
Della Bimbo - Ambulanza.
Non sapevo esistesse anche l'ambulanza per i più piccoli, credevo che venisse utilizzata il solito mezzo, ed invece, eccola qui la meravigliosa Bambulanza.

Di che cosa si tratta?
E' un'ambulanza pediatrica dove al suo interno tutto è a misura di bambino, dai colori, a quello che il bambino ha a disposizione.
Definita anche come una ludoteca per quei bambini che devono sposarsi per fare le terapie (è possibile trovare a bordo, in queste occasioni, anche un clown, che alleggerisce il viaggio al bambino).
Viene anche utilizzata quando si rendono necessari viaggi lunghi (per quanto riguarda la mia zona Biella - Novara, Biella - Torino).
I colori invitano il bambino a salire, quello che è contenuto al suo interno ricorda l'ambiente della propria cameretta ed ovviamente, per non farsi mancare nulla, la Bimbo - Ambulanza è dotata anche di play station 3 e di lettore dvd, con queste tecnologie si allietano i viaggi dei bambini e la tensione viene stemperata.

A Biella, la città dove risiedo, questo mezzo di trasporto è stato donato alla Croce Rossa dal Fondo Edo Tempia, fondo che da sempre è impiegato nella ricerca e prevenzione contro i tumori.
I volontari che oggi mi ha spiegato come funziona, le loro esperienze mi hanno anche detto che non è un mezzo conosciuto, infatti, come ho scritto in precedenza neanche i genitori erano a conoscenza, ed ecco il motivo del mio post.

I bimbi che oggi hanno potuto conoscere la Bambulanza erano increduli, hanno fatto mille domande ed i volontari della Croce Rossa sono stati meravigliosi, spiegando anche come si deve fare per allertare il 118, le domande alle quali potrebbero rispondere e cosa fare in caso di pericolo, oppure di incidente.

Il mio grazie personale va sia al "Fondo Edo Tempia" per aver regalato alla città questo meraviglioso mezzo di trasporto ed a tutti i volontari della Croce Rossa che, ogni giorno, lavorano con impegno, passione e tanto cuore.

Guarda le foto della Bambulanza

Chiara




lunedì 8 luglio 2013

[Lilin Nicolai] C'è chi si gode la vita, c'è chi la soffre, invece noi la combattiamo!

Sarebbe molto facile prendere aforismi di grandi scrittori, lanciarli come bengala per fare una bella figura e far passare quel pensiero come il proprio.
Assai più  difficile è analizzare quello  che accade con parole proprie ammettendo, quando è il caso, anche gli errori.
Si sono concluse giovedì le elezioni Croas Piemonte, elezioni colme di passione, voglia di fare, mettersi in gioco e soprattutto cercare di intraprendere una strada nuova, che avesse profumo di cambiamento.
Domenica, però, le speranze ed i desideri di alcuni si sono realizzati, mentre quelli di altri si sono spenti piano piano, ma non del tutto. Fra una lacrima ed uno scuotimento di testa, quel brillio non ha cessato di vibrare, perchè la passione non la può spegnere una "sconfitta", che poi tanto sconfitta non è.

Siamo due giovani assistenti sociali - Chiara e Luca - che, per la prima volta, hanno deciso di candidarsi alle Elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale dell'Ordine e che, fino all'ultimo, hanno sperato di vedersi realizzare un sogno, forse per dimostrare a se stessi che la strada compiuta fino ad ora ha un senso.
Leggendo i vari forum di Servizio Sociale, in questo periodo di elezioni, non è difficile trovare dei posts che invitano i giovani a candidarsi perchè è necessario svecchiare gli Ordini, perchè possono portare energia e vitalità, in soldoni il motto era: "largo ai giovani".

Giovani quanto? Giovani in che senso? Largo ai giovani sì, ma non troppo? Non era ben chiaro questo particolare, sebbene siamo consapevoli che un Consiglio di soli giovani non fosse immaginabile, lo strumento "social" ha sortito effetto ed ecco che in diverse regioni si sono candidati giovani che hanno trovato, al termine del percorso, una "sconfitta".
Sarebbe falso dire che quei pochi voti di differenza non bruciano, non fanno male e che non abbiano dato dispiacere e non solo a noi, anzi il contrario, ma se siamo maturi abbastanza sappiamo anche quanto valgono i voti che abbiamo ricevuto. 
Sono un passo importante nel nostro percorso, sono un traguardo raggiunto e sono certamente la nostra vittoria. Inoltre, quest'avventura, è stata un'esperienza arricchente sia dal punto di vista professionale che personale, sono stati costruiti legami che, senza questa occasione, forse non sarebbero nati e questo è sicuramente il valore aggiunto.

Ogni giorno insegno ai bambini l'importanza del gioco e della condivisione, spiegando loro - credendoci io per prima- che l'importante non è vincere, ma partecipare perchè anche se la medaglia sarà al collo di un altro, o la coppa nelle mani dell'avversario o la caramella sotto la lingua dei componenti dell'altra squadra, l'aver giocato, l'averci messo del proprio per arrivare a quel risultato è merito di tutti, nessuno escluso.
Noi abbiamo partecipato, ci abbiamo creduto, abbiamo corso fino alla fine senza stancarci è quindi quel risultato è nostro. 

Concludo, rubando le parole agli 883, una degna colonna sonora per questo post male non fa:
"E' la dura legge del gol 
gli altri segneranno però 
che spettacolo quando giochiamo noi 
non molliamo mai 
cosa importa chi vincerà 
perché in fondo lo squadrone siamo noi 
lo squadrone siamo noi"

Chiara

La débacle under 30

Giovedì 4 Luglio 2013 si è chiuso il seggio per il rinnovo del consiglio dell’Ordine degli Assistenti Sociali della Regione Piemonte e Domenica 7 luglio è terminato il lungo spoglio delle numerosissime schede elettorali arrivate da ogni dove della Regione, o meglio, ci fa piacere pensarla cosi. Il successo della grossa partecipazione  lo avevamo già annunciato noi 43 Assistenti Sociali in lizza, contribuendo a  determinare un’affluenza al voto mai registrata prima nella nostra Regione. Si sa, noi Assistenti Sociali siamo bravi a curare la rete e questo ha favorito l’espressione di una dialettica professionale vivace, in alcuni casi troppo vivace, forse.

Qualcuno ce l’ha fatta, quindici consiglieri sono stati eletti . Qualcuno no, come me e la collega Chiara, per un voto o due. Già, brucia la sconfitta, se così può definirsi, per nemmeno un pugno di voti. Nell’aria c’era tanta voglia di cambiamento,  c’era voglia di fare, di portare nuovi contributi, di lanciare nuovi giovani entusiasti  e motivati nell’esperienza ordinistica della professione .  Ma una tegola sulla testa è arrivata: la grave scorrettezza di qualcuno nell’esercizio di voto e il conseguente e comprensibile caos sopraggiunto. Troppi cambiamenti? Troppi giovani “impegnati”? Paura del nuovo? Voglia, in fondo, di mantenere le cose così come sono?  Probabilmente non lo sapremo mai.  Solo tanta amarezza e penalizzazione di chi ci ha creduto e ci crede ancora in una professione che è in continua evoluzione e che richiede costante impegno e passione per chi si presta a rappresentarla.
Ma in fondo, grande soddisfazione è giunta per i tanti voti ricevuti e il riconoscimento dimostratoci da gran parte della comunità professionale. Ci piace pensarla che questa sia solo una tappa e non un traguardo mal riuscito. Alla fine , chi bara, perde sempre; chi crede, chi lotta, chi si impegna con trasparenza vince sempre!

Luca Matturro

mercoledì 3 luglio 2013

A distanza di un anno...tirando le somme.

...che poi inizi una nuova avventura e non sai cosa ti aspetta, se ce la farai e a cosa andrai incontro.
Arrivi alla fine e cosa fai?
Bè ti guardi allo specchio, senti la pancia e cerchi di capire chi sei.
Durante il viaggio corri, fatichi, ridi e piangi, ma vai. Non ti fermi perchè non ti puoi e vuoi fermare.

Ecco un pò quello che intendevo dire a me stessa, l'altra notte, mentre faticavo a prender sonno.
E' terminato il mio anno in comunità psichiatrica e, c'è poco da fare, sono diversa.
Sono cresciuta, ho toccato con mano la sofferenza umana altrui, ho attraversato mari di deliri e frasi senza un senso apparente, ho conosciuto diverse persone e, restando me stessa, sono diventata un'altra!

Forse fatico a spiegarlo perchè è una cosa che ancora sto elaborando, ma è così che adesso riesco a definirlo.
In quest'anno appena passato ho pianto, riso a crepapelle, mi sono arrabbiata e ho provato profonda tristezza. Ogni avvenimento mi toccava da vicino e cercavo di viverlo appieno, perchè le occasioni non sempre capitano due volte.
Mi sono affacciata ad un mondo sconosciuto e ancora adesso ha parecchi angoli bui, ma sicuramente non è più un grande punto interrogativo, anzi è un punto esclamativo, un due punti, una virgola ed un punto e a capo.

Mi sento, credo, un pò meno paziente ed un pò più vulnerabile, mi sento più grande ma con il terrore di crescere.
Tutto qui, nulla di strano.
Ho ancora diversi pensieri che devono prendere forma e collocazione, ma se c'è qualcuno da ringraziare per quella chiamata a maggio dell'anno scorso, bè lo devo ringraziare, gli devo molto.
Devo molto anche a me stessa per "aver tenuto botta", per non aver spaccato il mondo quando, da sola, a casa, ripensavo a quello che era accaduto e per aver saputo chiudere un cancello e con esso anche il "lavoro"...quando si suol dire "non portarsi il lavoro a casa".

Devo molto anche a chi ha fatto questo tratto di strada insieme a me, anche le persone meno coinvolte o che meno se lo aspettano, perchè chi più chi meno, chi alla sua maniera mi ha insegnato e trasmesso qualcosa e ha permesso al mio anno di essere uno degli anni più intensi e formativi che fino ad ora ho vissuto.

E, ancora, devo molto a loro. A loro che hanno universi paralleli, mondi oscuri, amici con i quali dialogare, frasi stereotipate ma che fanno solo del bene.

"Chiara di giorno...e Chiara di notte!"
"Sei Chiara di stelle"
"Ma tu...sei una fabbrica?" 
e tante altre immagini e frasi che resteranno nel cuore e nella mente....
perchè il lavoro sociale è anche questo, mente e cuore.

giovedì 27 giugno 2013

Un paio di riflessioni alla vigilia delle elezioni O.A.S. Piemonte

Chi ha già votato per posta o per "raccomandata a mano".
Chi invece andrà direttamente al seggio a Torino per eleggere il nuovo Consiglio dell'Ordine degli Assistenti Sociali della regione Piemonte.

Domani si aprono le le elezioni qui in Piemonte e pare che, quest'anno, siano più sentite degli anni passati, o almeno così sembra per quello che riguarda il versante "candidati". 43 assistenti sociali che hanno deciso di mettersi in gioco per rappresentare la comunità professionale.
Due liste e parecchia diffusione. Si può dire tutto, ma non che queste elezioni non sono state annunciate o che l'informazione è stata scarsa.
Tutto è partito con un'assemblea aperta il 27 maggio e da lì il fervore crescente e la riflessione sempre più intensa.

"C'è molto da lavorare" mi è stato detto. 
Come negarlo. Sono tanti gli aspetti sui quali bisogna riflettere e ragionare, ma soprattutto dare risposte concrete.  Senza la pretesa di cambiare il mondo, perchè nessuno è Harry Potter, ma di lavorare con concretezza e professionalità, questo sicuramente sì.
Ecco perchè, ho deciso di candidarmi assieme ai miei splendidi compagni di avventura con una lista: "Far crescere la professione e i professionisti - Per crescere e per contare". 

Siamo in 11, abbiamo le idee chiare e soprattutto abbiamo un programma che vogliamo assolutamente rispettare.

Votare è importante in qualunque modo voi la pensiate, votare significa essere parte di questa grande comunità professionale e sentirsi (ancora) parte di essa.
Tanti professionisti si lamentano di quanto l'Ordine sia distante, di quanto non ci sia dialogo oppure di quante volte hanno pensato di mollare perchè non c'è speranza, ecco invito a riflettere su questo e pensare che, andando a votare si esercita un diritto. Questo diritto di voto permette di esprimere 15 preferenze e queste preferenze sono un nome ed un cognome, persone che hanno una storia ed una professionalità, ma che noi votanti, come loro, siamo l'Ordine, facciamo parte di un ordine professionale che ha bisogno di partecipazione, di sentimento di appartenenza e non solo di lamentele. 
Se si vuole davvero che le cose cambino, è necessario provare ad iniziare a cambiarle.

La lista "Far crescere la professione ed i professionisti", di cui faccio parte, crede ancora in tutto questo.

Concludo dicendo che mi era stato detto, da un giovane, che i giovani non dovevano candidarsi. Male i giovani devono candidarsi, devono mettersi in gioco ed affiancarsi a chi ha qualche anno di esperienza in più, perchè, un domani noi giovani ci saremo...e l'ho sempre detto il domani lo si costruisce dall'oggi ed oggi, che la Professione ha un discreto numero di giovani leve pronte a lavorare e a mettere in pratica quello che è stato loro insegnato. E' oggi che quel "discreto numero" merita di essere rappresentato e tenuto in considerazione, La mia lista ed io questo non lo abbiamo scordato, così come non abbiamo quanto siano importanti la comunicazione e la trasparenza, la formazione e l'aggiornamento, lo scambio di idee ed il confronto con tutte le realtà in cui la professione opera.

Buon voto a tutti i miei colleghi piemontesi.

martedì 18 giugno 2013

Essere giovani e perchè no, precari. Parte 1

Mi guardo allo specchio. A volte le occhiaie sono più accentuate, a volte gli occhi sono così vispi che pare che io abbia 15 anni, altre volte invece ho gli angoli della bocca che puntano verso il basso, ma non solo per la forza di gravità.
Sono la tristezza e la sconforto che prendono il sopravvento e più mi guardo nello specchio più mi chiedo cosa ci sia in me che non va. Che non quadra, che non va a genio. Poi, visto che davanti allo specchio ci si può - anche - lasciar andare, faccio qualche smorfia, mi sorrido e ritrovo quel pizzico di sicurezza che basta per affrontare un'altra giornata.

Un'altra giornata all'insegna di lotte e battaglie per inseguire il tuo sogno, a digerire le porte in faccia ricevute e cercare una spiegazione al quasi totale silenzio che ti circonda.
Mandi una quantità di curriculum che, solo perchè hai deciso di tenere una sorta di protocollo, sai quanti sono, cerchi di fare una buona lettera di presentazione. Valorizzi quello che sei, ti guardi dentro per capire chi sei ed esamini quello che hai attorno per comprendere quali sono le tue competenze, conoscenze, mantieni la modestia a livelli accettabili, anche se a volte ti senti "troppo poco".

Cerchi di capire perchè il mondo sta girando così male, batti tutte le strade per poter sfiorare anche con un solo dito quell'obiettivo, corri, spingi sulle ginocchia perchè devi star dentro coi tempi, arrivi stanca la sera, perchè forse fai anche quattro o cinque attività per guadagnare 20€ al giorno.

Parli con chiunque possa offrirti uno spiraglio di speranza e ti ci aggrappi e quello...bè, quello è quel lumino in fondo alla via che, seppur debole, tiene viva la voglia di provarci sempre e non fermarti perchè "non hai esperienza", "sei troppo qualificata", "hai già 27 anni, era massimo 25", "non abbiamo i soldi, sennò"....

Ed ovviamente a quel "qualcuno" sei grata perchè niente a questo mondo nè è dovuto nè è scontato!

Una persona mi disse: "Investi su di te!"
E quanto tempo, quante energie, quante corse, quanti sacrifici ho fatto ed ancora voglio fare per guadagnare ciò che mi spetta nulla di più, solo il mio posto nel mondo che tanto vorrei.

In me ci credo, ho chi crede in me e questo è molto importante.
Non è retorica, non sono parole per illudere o costruire castelli di carta, ma: mai perdere la speranza e mai abbandonare i nostri sogni, se li abbiamo è perchè meritano di essere realizzati.

Chiara

venerdì 7 giugno 2013

E' ora di fare un pò di chiarezza

Forse ho aspettato troppo, ma credo sia ora di fare un pò di chiarezza.
Nel mondo del sociale esistono diverse figure, ognuna di queste, però, ha delle competenze, conoscenze e compiti ben precisi. Vado a specificarle, cercando di sgombrare il campo da dubbi in merito alle professioni.

Assistente Sociale: è un professionista dell'aiuto. La professione è stata ordinata con questa legge: 23 marzo 1993 n. 84 che, nei primi tre articoli, spiega molto bene chi sia un assistente sociale e quali sono i requisiti per esercitare la professione: la laurea, sostenere un Esame di Stato e la successiva iscrizione all'Albo. E da qui è possibile accedere al sito dell'Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali, e da qui è possibile leggere un D.P.R. che approfondisce con dovizia di particolari.

Educatore Professionale: è un operatore o sociale o sanitario (dipende dal percorso di studi che ha scelto di seguire), che in seguito alla laurea, attua progetti educativi e/o riabilitativi volti a promuovere e a contribuire allo sviluppo delle potenzialità di crescita personale e di inserimento e partecipazione sociale. A questo link è possibile saperne di più su questa figura professionale.

Psicologo: come si può leggere all'articolo 1 della legge: 18 febbraio 1982 n. 56, «La professione di Psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito». Qui il sito dell'Ordine Nazionale degli Psicologi.

Operatore Socio Sanitario (O.S.S.): figura professionale riconosciuta con l'Accordo fra Stato e Regioni del 2001, ed ha sostituito gradualmente altre figure professionali, come gli ATA, gli ASA e gli ADEST unendo in una figura sola sia competenze sanitarie che sociali. Svolge attività che mirano ad aiutare le persone a soddisfare i propri bisogni fondamentali, finalizzate al recupero, al mantenimento e allo sviluppo del livello di benessere, promuovendone l'autonomia e l'autodeterminazione. Si acquisisce il titolo di OSS a seguito di un corso di almeno 1000 ore tenuto da Enti Locali preposti ed identificati a livello regionale.

E vi sarebbero altre figure da descrivere (infermiere, logopedista, psichiatra, badante, animatore etc..), ma tutte queste hanno, nell'immaginario comune, una precisa posizione ed identificazione.
Io sono un'Assistente Sociale e spesso sento confondere la mia figura professionale, il mio ruolo professionale con quello di altri, a volte con conseguenze spiacevoli per la professione tutta.

Si sentono casi di persone incapaci maltrattate, persone disabili maltrattate o insultate, minori insultati o maltrattati da assistenti sociali, ma che in realtà assistenti sociali non lo sono. Come lo si scopre? Lo ripeto: andando a verificare se quella persona è un professionista o meno, consultando l'Albo della professione, nel nostro caso quello degli assistenti sociali, ogni regione ne è dotata.

I giornalisti, i conduttori televisivi, chiunque voglia divulgare una notizia deve accertarsi prima che le sue affermazioni siano corrette e veritiere.
A tal proposito pubblico il comunicato stampa dell'Ordine Nazionale di oggi in merito ai fatti del Vicentino e del ragazzino autistico maltrattato.

Chiara

mercoledì 22 maggio 2013

Pensando al lavoro sociale...

Devo ringraziare questo blog perchè nel tempo mi ha permesso di conoscere e confrontarmi con diverse persone. Alcune hanno preferito commentare gli articoli direttamente qui, altre hanno deciso di scrivermi un messaggio od un mail. Il riscontro che ho avuto è stato spesso positivo, questo ha fatto in modo che io non lasciassi questo spazio abbandonato a se stesso, oppure che diventasse un semplice raccoglitore di pensieri, ma che diventasse un luogo dove, io e chi lo desidera, possa riflettere e lasciare il proprio contributo.

Proprio questa sera una ragazza mi scrive parole splendide per questo blog ed ha chiuso il messaggio con queste parole: «adoro questa professione!».
E' prossima all'Esame di Stato quindi, di rito, le rassicurazioni ed i piccoli consigli, ma chiudo messaggio riallacciandomi alla bellezza della nostra professione.
«Sai quante volte l'ho detto e quanti mi hanno detto aspetta e vedrai, oppure abbandona la professione fino a che sei in tempo?
...io ti voglio dire invece, credici sempre. Sempre. Il sociale non è quello che si legge sui libri, è un mondo molto crudo, dove spesso sono gli operatori ad aver bisogno di "aiuto", dove le risorse mancano, dove i fallimenti sono dietro l'angolo, ma devi crederci col cuore e con la passione di chi ha un obiettivo e lo vuole raggiungere quando lo ha raggiunto, non è certa di essere arrivata ma vuole ancora crescere e camminare.
Non è facile...ma devi crederci».

E' inutile raccontarsi la favoletta "sul lavoro sociale", lavorare sul campo, ogni giorno, permette di capire (ed ancora non è abbastanza), di quante difficoltà ci siano (economiche, in termini di energia psichica, di creazione di rapporto con gli utenti e la gestione di questi rapporti) , di quanto sia dura sapere gestire un gruppo di lavoro e quanto, quel gruppo di lavoro, non sempre ha voglia di seguire una linea comune (alla fine, senza ipocrisie, tante teste, tanti caratteri e tante idee, sommate alla voglia di primeggiare o la voglia di fare più del dovuto per dimostrare di essere stacanovisti per chissà quali paure sono dinamiche che bisogna essere in grado di saper coordinare), ed ancora quanto sia importante comprendere qual è l'organizzazione che abbiamo alle spalle, perchè è il mare nel quale si nuota ed è necessario sia conoscere le acque, sia saper nuotare.
E' bene sapere come stanno le cose, realmente, per far in modo che chi si avvicina a questo lavoro abbia seriamente la voglia di lavorare con passione e sentimento, credendo in quello che fa e nei valori che muovono la nostra professione (e questo a qualsiasi livello della scala gerarchica si lavori).

Forse, all'inizio del percorso di studi, la decisione di essere un professionista del sociale e dell'aiuto non era ben chiaro, ma col tempo lo deve essere, perchè domani - in qualsiasi ambito ci si trovi a lavorare - si avrà a che fare con persone che si aspettano qualcosa e quel qualcosa, non sempre saremo in grado o nelle possibilità di poterlo dare, ma se alla base c'è una relazione che ha alla base fiducia, rispetto, dignità e (da parte nostra anche) passione e convinzione, saremo riusciti a contribuire allo sviluppo di quella persona.

Chiara

venerdì 17 maggio 2013

La Fine ha bussato nuovamente alla mia porta

Sono questi i momenti in cui ho il bisogno, un autentico bisogno, di scrivere.

E' un giorno qualsiasi, un momento come tanti, di un'ora come un'altra. Stai parlando del più e del meno, quando decidi di aprire il giornale per sfogliarlo, non per leggerlo con attenzione.
L'occhio cade su una parola che risveglia in te ricordi, odori, colori, suoni e attimi passati.
Decidi, così, di approfondire per capire meglio perchè l'occhio è finito proprio lì.
Non appena metti a fuoco e leggi tutta la notizia vorresti non aver mai aperto il giornale ed essere altrove. Lontano. Possibilmente in un altro mondo.
Resti interdetta, senza parole perchè, quelle poche che riesci a pronunciare, sono balbettii.
Non ci vuoi credere e - per forza di cose - devi proseguire nella lettura di quella notizia, sebbene stia lacerando il cuore.

Niente da fare. E' finita. Morto.
La morte equivale alla parola "Fine". Quanto meno per quello che riguarda la parte materiale della vita.
Niente più sorrisi, lacrime, gridolini.
Niente più abbracci, sgridate, condivisioni.
Nulla. Per me la morte equivale alla parola fine. Perchè così è.
Per il resto, c'è il cuore, la memoria ed i ricordi.

Ed ecco che, oggi, la Fine ha bussato nuovamente alla mia porta chiusa da anni. 
Lì, scritta su poche righe di un articolo di un giornale locale.
Ho lasciato andare un respiro lungo e profondo sentendo il cuore che iniziava a battere più veloce.
Era un bimbo di due anni.
Non posso e non voglio stare qui a chiedermi il perchè dei perchè.

E' finita. Tragicamente finita.
Sento le parole di una mamma - la mia - che dice «Non riesco a capacitarmi, non sarei in grado di sopportarlo».
Non sono mamma e non ho la più pallida idea di quello che significhi perdere un figlio, ma so cosa significa perdere un genitore e, le uniche due parole che posso usare per descrivere una cosa simile, sono "vuoto" e "nero".
Disorientamento allo stato puro.

Certo, col tempo, tutto passa, ma resta qualcosa. Ti accompagna giorno dopo giorno.
E' una domanda: "come sarebbe stato se...?"

Non ci sono risposte, solo supposizioni.
Non resta altro che salutare questo bimbo, nella speranza che il desiderio che il suo papà ha espresso venga esaudito.

Chiara

mercoledì 15 maggio 2013

15 maggio, giornata internazionale della famiglia

E così si celebra anche questa giornata internazionale, quella dedicata alla famiglia, dal 1994 (anno internazionale della famiglia) si festeggia questa giornata.
Io personalmente, nei telegiornali, non ne ho sentito parlare, ma forse è solo una mia mancanza, ecco perchè voglio scrivere un post in merito.

Famiglia? Uno dei tanti argomenti sui quali si discute molto e non si arriva ad un punto definitivo. Una volta perchè viene scontentato l'uno ed una volta l'altro, perchè si va contro la Costituzione ed ancora perchè la religione ha le sue convinzioni.
Quello che credo sia di fondamentale importanza, in questo caso, proprio in questa giornata, è andare oltre alla definizione di "famiglia" e porre al centro al benessere dei bambini, di coloro i quali, per legge e per natura, hanno bisogno di una guida, di un sostegno, supporto ed affetto.
Dare più attenzione al bambino non significa, però, dimenticare, quanto sia fondamentale la presenza di una famiglia alle spalle e non significa dimenticare quello che è stato detto dall'ONU in merito.

Famiglia. Ripenso alla mia stroncata quando ero piccola; non più, quindi, mamma - papà - bambino, ma solo mamma e bambino, eppure ho detto, ed in cuor mio è, famiglia.
Famiglia perchè sono cresciuta, famiglia perchè sono stata educata, famiglia perchè ho ricevuto quei tanto discussi "no", famiglia perchè ho avuto chi mi ha coccolato quando il mondo era avverso e perchè ho avuto chi, nei giorni di successo, gioiva con me.
Famiglia perchè quando ho un dubbio so chi guardare negli occhi, so da chi prendere esempio, so a chi devo dire grazie per dove sono arrivata e so a chi devo chiedere scusa per non essere sempre stata un "modello di figlia".
Famiglia perchè nei momenti di difficoltà (anche economico, è doveroso dirlo) ho avuto ed ho il mio porto sicuro.
Famiglia perchè quando chiudo la porta di casa spero sempre di poter tornare e dare un bacio sulla guancia e dire com'è andata la giornata ed esser pronta ad ascoltare il racconto di un'altra giornata.
L'elenco potrebbe essere ancora lungo, ma non voglio annoiare e voglio concludere la mia riflessione.

Cosa c'è, in questo modello di "famiglia", che non riflette l'ideale che abbiamo in mente di famiglia?
La definizione dell'ONU riporta «gruppo sociale ed ambiente naturale per lo sviluppo ed il benessere dei suoi membri, in particolare, i bambini», e stando al mio racconto, salvo essere una coppia - e non un gruppo - non è così?
Una bambina è cresciuta, sta vivendo la sua vita.

Per questo sono favorevole alle adozioni (nazionali ed internazionali) con tempi più corti e con una spesa economica meno ingente; per questo sono a favore delle famiglie mono genitoriali, perchè anche un solo genitore è in grado di allevare un figlio, l'importante è che alla base di tutto ci siano la voglia di affrontare un percorso arduo, che al primo posto su ogni cosa ci sia il bambino e la volontà di fare sacrifici.

La famiglia, così come i bambini, sono un gioiello prezioso, unico ed inimitabile che tutti noi possiamo avere tra le mani (come componenti, come professionisti dell'aiuto o come politici), indispensabile è coglierne il valore e saperlo mantenere intatto, lontano da polemiche demagogiche e più vicino ad iniziative a favore e a sostegno, cercando di non dimenticare mai quanto sia importante avere qualcuno nella vita che sia accanto a noi.

Chiara

martedì 30 aprile 2013

Il vento soffia ancora

...e poi, niente. Ti squilla il cellulare, riconosci chi sta chiamando e prima di rispondere devi tirare quel sospiro temendo il peggio.

"Pronto!" con una voce squillante e disponibile.
Un silenzio che non fa presagire nulla di buono, ed immaginare il viso della persona che sta telefonando.

A volte quel senso di impotenza che assale e prende fin dentro le viscere.

"Sono qui, parlami!" incito, delicata, ma ferma.
Una piccola richiesta, un semplice messaggio da riferire.  "Chiara, non riesco puoi farlo tu?".

Mi vuole semplicemente delegare un compito? c'è una difficoltà sotto? c'è il timore di qualcosa? c'è il bisogno di sicurezza che fa regredire le persone alla fanciullezza? Sono tutte queste domande insieme la sua difficoltà?

"Tu hai provato a chiamare?"
"Sì, ho provato, ma mi ha dato la segreteria!"
"E allora riprova, magari era solo occupato!"

Un tira e molla di preghiere e spiegazioni, il credito che si consuma e la voce della persona che mi sta chiamando mi trasmette solo una grande e penosa tristezza.

"Prima aggiornami veloce sulla tua situazione, dimmi se ti sei presentato dove dovevi e cosa ti hanno risposto!", chiedo.

Sa che non poteva mentire, sono al corrente della situazione ed ho modo di verificare.

"Sì, l'ho fatto!", ed mi spiega quelle due cose che gli ho chiesto. Lo saluto dicendo che riferivo io il messaggio e che gli avrei fatto sapere se andava a buon fine.

Una messaggera, nulla di più. O forse no?
Mi sono sostituita? oppure ho semplicemente tappato un buco? O ancora ho evitato una presa di responsabilità? Oppure ho fatto quello che dovevo e potevo fare?

Sono conscia e consapevole di quelli che sono il mio dovere ed il mio mandato, ma conosco anche la storia di vita di questa persona, so le difficoltà che ha dovuto superare ed ha superato (più grandi di lui, indubbiamente) e quanto, in questo gioco al massacro, la colpa sia anche delle Istituzioni che hanno dei doveri precisi, dei compiti specifici e che, per tanti e diversi motivi, non possono e non vogliono svolgere.
E' innegabile la situazione, le evidenze sono davanti ai miei ed ai suoi occhi, non si può far finta di nulla.
Io, dal mio canto, ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità, nelle mie competenze e capacità.

Quando si lotta contro i mulini a vento, però, è bene sapere che la sconfitta è inevitabile.
C'è solo da sperare che il vento cessi.

Ed ho fatto quella telefonata. Ho comunicato che il messaggio era arrivato al destinatario ed ho stretto i pugni, battendone uno sul tavolo.
Il vento soffia ancora!

lunedì 29 aprile 2013

Quando la musica ha quel sapore sociale...

Lo scorso sabato sera, dopo mesi di attesa, finalmente sono andata a sentire Marco Masini in concerto.
Non biasimo chi, sulle prime, si domandi "e chi se ne frega?" e di certo non obbligo nessuno a leggere.
Io, dopo anni ed anni che ascolto "Maso" mi sono resa conto di quanto, Marco, sia un cantante "sociale".
Non me ne sono accorta solo grazie alla commozione che mi ha regalato la sua voce e quel piano suonato divinamente, ma i suoi racconti, le sue storie di vita.

Il suo tour "La mia storia piano e voce" è questo, raccontare di se stesso attraverso la musica e non solo la sua, però - a me - interessa la sua per argomentare quello che penso, ossia che Marco Masini sia un cantante "sociale", che nonostante le difficoltà sia ancora qui a cantare della vita con tutte le sue sfaccettature.
Non posso prendervi per mano e tornare indietro nel tempo e godere di due ore di concerto, ma posso sicuramente rendere onore ad un cantante che apprezzo, con un piccolissimo articolo del mio blog.
Iniziamo il viaggio:

Un cantante con il suo pianoforte (che suona "da solo") ha voluto raccontare di come è nata la sua carriera, di come sia difficile stare a galla e di quanto importante sia nuotare senza farsi fermare dagli ostacoli e senza mai perdere la fiducia, nonostante lui - in prima persona - in un periodo particolare della sua vita ha pensato di abbandonare tutto, anche la vita. Ha spiegato quanto sia davvero faticoso respirare quando ogni cosa è contro di te, quando le persone sono pronte a tutto pur di non starti accanto. E' un insegnamento, certo, ma per essere un insegnamento come si deve, ha bisogno di essere accompagnato con uno sfogo ed ha regalato al pubblico "Vaffanculo" . (Vi invito a cliccare sul titolo della canzone ed ascoltarne il testo).

E prosegue raccontando di come, quella ragazza, ascoltando le sue canzoni, ed in particolare una, gli scrisse una lettera profonda e toccante, dicendogli che aveva smesso. Aveva smesso di drogarsi anche grazie al testo di "Perchè lo fai", ed io non entro nel merito dei motivi per cui si drogasse e di cosa l'ha spinta a smettere, la cosa importante è che questa ragazza si sia ripresa, anche grazie alla musica.

...chi come me, quando non riesce ad esprimersi come si deve, scrive, ecco che anche Maso per far comprendere a tutti noi quale fosse il rapporto "con l'uomo più importante della sua vita", ha cantato con una dolcezza disarmante "Caro Babbo". Ed io, con il mio vissuto personale, l'ho sentito vicino e gli occhi hanno tremato per qualche istante.

Continua spiegando che nelle sue canzoni vuole cantare il "dolore" vero, reale e sentito perchè erano i sentimenti che lui stesso provava ed era lo stesso sentimento che viveva un suo amico che, prima, si è ammalato ed in seguito è morto, qui la storia con "Frankenstein"; la magia e l'emozione prendono sempre più piede con "Dal buio" che si commenta da sola, va ascolta e compresa, ed io, lascio che sia così.

Restano ancora due argomenti importanti quanto controversi: l'aborto ed il nostro paese, l'Italia.
Con "Cenerentola innamorata" ha regalato un battito di cuore in più a tutti gli spettatori, la storia di una ragazza "che piange e non sa che fare", ma che con l'aiuto di un amico ne parla e "sotto il muro dell'ospedale che terribile decisione" fino a che...non vi scrivo nulla basta ascoltare il testo per sapere come la storia prosegue.
Infine l'Italia, il nostro amato ed odiato paese, casa nostra quanto "il paese dove tutto va male", "è un paese l'Italia dove tutto finisce così nelle lacrime a rate che paghiamo in eterno", ma è anche, l'Italia un paese che "aspetta la sua canzone d'amore". Per poter capire quanto sia importante credere nel nostro paese e non perdere la fiducia suggerisco, ancora, l'ascolto di questa canzone "L'Italia".

Concludendo non ci sono solo "pensatori sociali", ma anche "cantanti sociali", la musica è "sociale", la musica è il motore di tutti noi, è lo specchio di molte emozioni, può essere colonna sonora, può essere dannazione, può essere terapeutica, può essere contorno e può essere protagonista.
La musica è...

Chiara


mercoledì 3 aprile 2013

Un paio di parole che...

In questi giorni sto vivendo situazioni che hanno del paradossale.

Operatori che giocano con le vite di utenti fragili.
Persone che non si fanno trovare al telefono e che poi, come per magia, aprono una porta e come se niente fosse proseguono nelle loro faccende.
Persone che litigano per futili motivi e chi potrebbe prendere le redini, si defila.
Altre persone che sanno perfettamente come sono andate determinate vicende e negano di esserne a conoscenza.
Ed ancora altre persone che non prestano attenzione alle esigenze altrui: "Oh scusami, credevo che..."

No, il mondo non funziona così. 
Ci sono due parole nella nostra lingua che andrebbero rispolverate: responsabilità e verità.
Mi domando, allora, perchè è così difficile assumersi le proprie responsabilità? E soprattutto perchè decidere  di averle quelle responsabilità?
Sarebbe molto più semplice declinare, non accettare un ruolo, non mettersi in determinate situazioni, ammettere che non si ha voglia, non interessa minimamente, non si è in grado. 
Non è codardia, è sincerità, cosa che vedo mancare un pò ovunque.
Non credersi dei super man o wonder woman, forse, permetterebbe alle situazioni di evolversi un pò meglio. Creerebbe meno complicazioni. 
Abbiamo a che fare, ogni giorno, con persone. Non con delle pietre. E come ho già scritto, noi stessi siamo persone, e da lì dovremo partire. Esigiamo qualità, ma spesso non la offriamo. 
Pretendiamo efficienza, ma siamo i primi a defilare.

E la verità? Uh sì, la verità è difficile da dire.
Costa fatica. Sia per chi la deve dire, sia per chi la deve ascoltare.
Può essere, però, una buona filosofia di vita. Ed io non sono una santa, le mie bugie (da piccola e da "grande") le ho dette. Mi sono trovata però a gestire situazioni delicate e pericolose, ed ahimè, non tutto è sotto il mio controllo e quindi, qualche particolare può sfuggire, ed ecco qui che l'asino casca.
E' bene camminare a testa alta e non incappare in situazioni sibilline, perchè non se ne ricava nulla, se non fatica.

Adempiere il nostro dovere come si deve, quando si è in difficoltà chiedere aiuto, non cercare di screditare qualcuno solo si crede sia una minaccia, apprezzare la collaborazione e cercare di vivere sempre situazioni cristalline, i saggi di una volta - non dimentichiamolo - avevano ragione.

Chiara

mercoledì 27 marzo 2013

"Ho fatto degli errori e adesso devo pagare"

Lunedì sera presso il Centro di Prima e Pronta Accoglienza.
La vita scorre e non c'è silenzio.
C'è sicuramente fame e l'attesa di ricevere qualcosa di caldo che sfami e riscaldi.
Ci sono persone, tutte diverse, con e sulle spalle un bagaglio culturale e di vita che non è facile immaginare.
Sorridono, ringraziano, sperano, cercano un contatto oppure hanno voglia di stare soli nel "loro" letto ed attendere che arrivi il mattino successivo, il faticoso mattino successivo.
Credo sia difficile "mettersi nei loro panni" nonostante tutti gli sforzi possibili., a volte non è possibile comprendere appieno il vissuto altrui, per il semplice fatto che noi non l'abbiamo vissuto e risulta essere così distante da quelle che sono la nostra esperienza e la nostra cultura.
Quando, però, scattano il bisogno ed il desiderio di parlare con qualcuno di cui ti fidi, avere qualcuno che sia in grado di ascoltare, di capire e di accettare credo possa colmare quella impossibilità di calarsi nei panni di altri.

Così è stato, alle 22 passate, dopo aver mangiato e fumato una sigaretta quel desiderio è emerso. Io, lo devo ammettere, ero stanca, ero assonnata, avevo anche un discreto dolore fisico, ma ero lì per mia scelta e lì volevo e dovevo essere. Si chiama responsabilità. 
Ho aperto prima di tutto il cuore, poi il cervello e ho spento il mio essere assonnata e dolorante, c'è chi aveva bisogno di me, ed io non potevo tirarmi indietro.
Una mezz'ora e forse più di racconto di vita, di parole sussurrate perchè lo spazio è piccolo e di movimenti eloquenti delle mani. Tempo trascorso a spiegarmi perchè lui si trova qui e cosa gli è accaduto prima, ha risposto alle mie domande ed io ho risposto ai suoi interrogativi.
Eravamo occhi negli occhi, un sottile profumo di rosa rossa ed una lezione di vita.
"Ho commesso degli errori ed ora è giusto che io paghi" mi ha detto in un italiano sdentato. 
Che poi a pensarci bene non sono errori perchè non hanno causato del male a nessuno, sono scelte di vita come lasciare il suo paese e la sua famiglia in seguito ad una situazione fin troppo dolorosa, lavorare in un paese estero per racimolare qualche soldo e non tenersi tutto per sè, ma aiutare chi aveva bisogno e trovarsi ora senza risparmi e "nessuno che mi aiuta adesso che sono io in difficoltà" ed infine rifiutare di iniziare una relazione perchè non "ho un lavoro, non ho una casa, non ho certezze".

Questo io lo chiamo essere consapevoli e non aver commesso errori.
Lo definisco essere maturi al punto tale di condividere con un'estranea - in fondo è quello che sono - 30 e più anni di vita.
La vivo come una lezione di vita; e forse è anche questo il bello del nostro lavoro. 
Ascoltare tante storie e tante voci che, in un modo od in un altro, qualcosa lasciano.
Non credo sia un lavoro a senso unico, non siamo un computer ma persone che vivono, sentono e percepiscono e da questo, ogni, volta dobbiamo farne un punto di partenza.

E quella sera sono tornata a casa con la mia rosa rossa, che adesso è a "testa" in giù a seccare e la metterò insieme agli fiori che, dopo essere seccati, mi ricordano una persona od una vicenda, come quella margherita colta in un anonimo prato di una fin troppo conosciuta città...

Chiara

mercoledì 20 marzo 2013

La "mia" giornata mondiale del servizio sociale


Ieri, 19 marzo 2013, si è svolta in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Servizio Sociale.
Il Word Social Work Day.
Non potevo mancare e non sono mancata.
Così, al mattino ho preso il treno - anzi due - e sono andata a Torino con un'amica e collega.
Arrivate a destinazione siamo state accolte da un'aula gremita di persone, ed io che ero in un'ultima fila avevo la completa visuale e, vi assicuro che vedere tutte quelle persone insieme per riflettere e confrontarsi è una bella immagine.
Le parole dei relatori, degli studenti dei corsi di laurea in servizio sociale sono state ottimi spunti di riflessione e sono un punto di partenza per poter lavorare, quotidianamente, con passione e serietà.
Non improvvisare, ma offrire servizi sempre più completi, attenti alla complessità, all'interno dei quali lavorano operatori che, fin dai banchi universitari, hanno ben chiaro quale sia l'obiettivo, perchè "il lavoro sociale è etico fino al midollo" .

Ma...perchè ho desiderato tanto partecipare alla giornata mondiale del servizio sociale?
Sono tanti i motivi, fra i tanti uno su tutti.
Per esserci. Perchè, certo, sono Chiara, sono un'amica, sono una figlia, sono una fidanzata, ma sono anche un'Assistente Sociale, ed esserci ha significato portare il mio piccolo e silenzioso contributo, ma anche per portare a "casa" qualcosa. Un pensiero, un monito, un proposito ed una speranza che ogni giorno mi accompagneranno.
Un altro, ma non meno importante, motivo era quello di incontrare visi amici e conoscere visi di persone che non avevo ancora avuto la fortuna di incontrare. Anche questo è un modo per esserci, allargare la propria rete di conoscenze, stringere una mano, sorridere ad una ragazza con la quale condividi passioni non è un "+" alla lista amici da sfoggiare on line, ma è un tassello della nostra vita, importante.

Ed a casa sono tornata stanca, ma felice. Sempre più convinta della scelta che ho fatto e che aveva ragione il mio professore di Organizzazione dei Servizi Sociali quando diceva "perchè il lavoro dell'Assistente Sociale è il lavoro più bello del mondo".

Chiara

mercoledì 6 marzo 2013

Non rubatemi i piccoli momenti quotidiani

Un'altra sbirciatina nella mia giornata l'avevo già scritto.
Dovevo cambiare titolo!

Sono giunta alla conclusione che è inutile chiedersi chi sia "normale" e chi no. Non ne abbiamo il diritto.
Trovo altrettanto inutile chiedersi se quella frase ha un senso, oppure no. Per chi la pronuncia ovviamente sì, lo ha. Questo è sufficiente.
Forse, il senso, sta solo nella voglia di dire qualcosa, comunicare qualcosa. Comunicare. Esprimere, del resto, io stessa con questo blog, potrei scrivere cose che per molti non hanno nessun senso, ma per me, che le ho pensate, sì...quindi meritano di essere espresse e di lasciarle vivere.
Ad esempio:

"È andato un treno nel mare, è diventato un aereo e sono nati i vichinghi!"
Seduti su di un piccolo divano con la televisione che faceva le bizze per il digitale che, ancora, col mal tempo non funziona.
Ci guardiamo, ci scrutiamo e così scopro la nascita dei vichinghi, forse prima non la conoscevo, forse prima non ero al corrente della "verità". E ci siamo alzati soddisfatti.

"Katmandù e non ci si pensa più"
In ufficio, lezione di geografia.
Una lista di luoghi sparsi nel mondo, che a pensarci bene, non so di preciso dove si trovino, li contiamo sulle dita ed arriviamo a nove con Katmandù, alzo il mignolo per fare "dieci" e..."non ci si pensa più".
Furbizia e genialità allo stato puro. Perchè spremersi ancora le meningi. "Non ci si pensa più!".

"Chiara oggi ti vedo un pò più bella. Perchè è come quando vai al bar ed il barista ti chiede, il caffè lo vuoi normale o macchiato!"
E certo! Io che il caffè lo prendo sempre macchiato, se il barista è un poco estroso eccolo lì, il caffè è un poco più bello con la schiumettina del latte, no?
Quindi, ne deduco che io sono un caffè macchiato. Caldo!

E poi l'abbraccio lungo il corridoio perchè...perchè ci siamo abbracciate? Non ci siamo parlate, ma si sono aperte due braccia e non si può non regalare le proprie, l'egoismo non fa per noi! Ma poi..."Anche io voglio essere abbracciata, Chiara". E regaliamo un altro abbraccio, perchè sono i piccoli momenti quotidiani che ti fanno dimenticare tutto quello che attorno non funziona.
Lavoriamo con le persone, lavoriamo per il benessere delle persone, ricordiamoci - però - che anche noi siamo persone.

Chiara

domenica 3 marzo 2013

"La mia è la 170"

"La mia panchina, è la 170, la tua Ale??"
"Io ad Occhieppo!"
E' finita così la conversazione che quest'oggi ho avuto con un paio di ragazzi conosciuti presso il Centro di Prima e Pronta Accoglienza di Biella.
Erano lì, sotto al sole a giocare con un cane, io passeggiavo e mi sento chiamare.
"Ehy, ciao!" rispondo con un sorriso riconoscendo il primo ragazzo, indiano. Ha la mia età ma è più alto di me. Si lasciava guidare dal cane, che però ha deciso che non poteva partecipare al nostro incontro.
Lui ed io chiamiamo gli altri ragazzi che ci stavano osservando.
Un momento fatto di sorrisi, strette di mano e qualche bacio sulla guancia perchè, come ho già scritto, siamo tutti persone normali.
Un momento normale, di un domenica normale.
Ci salutiamo, ci chiediamo come vanno le cose io posso dire che vanno discretamente, mentre loro...bè, non proprio. La lattina di birra in mano di uno di loro mi fa tornare alla mente ricordi poco piacevoli, l'alito del suo "collega" mi ha fatto sperare che non proseguisse fino a sera.
Mi chiedono, alla fine, perchè io non vado all' "Emergenza Freddo", emergenza freddo che sta a significare perchè non partecipo al piano emergenza freddo. Spiego loro che io andando al "dormitorio" non mi posso dividere, ma che so che loro beneficiano del servizio.
Un sorriso misto a delusione "Domenica finisce", dice il mio coetaneo.
Gli chiedo "Domenica prossima termina il piano?".
Ebbene sì, domenica dieci, qui a Biella termina il piano Emergenza freddo iniziato a dicembre.
Tre mesi, i più freddi, passati al caldo con un pò di cibo ed un letto caldo nel quale riposare.
Mi è venuto spontaneo chiedere "E poi, S.?"
"E poi banchina", mi dice voltandosi verso i giardini.
"Bancina 170, la mia è 170!"
Si accoda A. che tiene a precisare che lui non avrà la panchina qui a Biella, ma poco distante.
E lo dice ridendo complice forse quella lattina di birra, forse l'ennesima lattina di birra della giornata.
Rassegnata e con il cuore stretto in una morsa li ho dovuti salutare, pensando a domenica prossima.
Il letto sarà la panchina.
Dura. Scomoda. Non prendiamoci in giro, una panchina di chissà quanti anni piantata in un giardino pubblico è così. 
Lavarsi...c'è il bagno pubblico.
Il resto è un'incognita.
Il resto è la mia speranza, perchè ci siamo barricati dietro a "non dobbiamo fare assistenzialismo", ma è quello che per un motivo, o per un altro, stiamo facendo. Offrire un servizio fine a se stesso e non mi si fraintenda, sono felicissima ci sia stato il piano Emergenza Freddo.
Adesso vorrei esser ancor più felice e vedere nascere una spirale positiva che non costringa la persone a dover dormire su una panchina, ma che "costringa" la persone a lavorare, lavarsi, mangiare. Vivere. Dignitosamente.
Che la primavera sia clemente. Per adesso, solo questo.

Chiara

martedì 19 febbraio 2013

Non sono wonder woman e non voglio esserlo, ma...

"Ho capito il mio errore e non lo farò mai più";
"Purtroppo la barista ha sbagliato a correggere il caffè, io ne avevo chiesti due corretti ed il mio liscio";
"Quando ti sei preso una ciucca, cosa fai al mattino per non avere male? Basta che ti bevi un bicchiere di quello che hai bevuto e passa tutto!";
"Chiara, oggi ho bevuto un pò!"
"Se non bevo mi viene l'ansia, e quando ho l'ansia bevo!"
"Posso parlare con Chiara, voglio solo lei. Chiara oggi sono storto, ho bevuto troppo!"

Potevo mettere i numeri accanto a queste affermazioni ma, si può contare all'infinito, ed io, voglio sperare che il gioco al massacro che è stato messo in atto, finisca il più preso possibile. In positivo, s'intende.
Ieri, devo ammettere, mi sono trovata in difficoltà di fronte a quell'uomo ubriaco. Aveva bevuto così tanto che non si reggeva in piedi, barcollava, i suoi occhi erano lucidi e le sue pupille dilatate, l'alito era di un dolciastro misto a fumo di sigaretta ed infine le mani erano gonfie, bordeaux con le unghie ingiallite dalla nicotina.
Ero davanti a lui e cercavo di capire quello che mi voleva dire.
Non posso nascondere che un velo di paura l'ho avvertita, sarei ipocrita nel dire che ero wonder woman davanti a lui. Istintivamente ho portato il braccio destro sulla pancia, inutile mossa, ma avendo ancora le ferite dei punti dolenti, è l'unica cosa che mi ha dato quel pizzico di sicurezza in più.
Reggevo il suo sguardo, cercavo di seguire il suo discorso. Mi chiedeva, nel caso si fosse sentito male, di chiamare il 118 e che per via della sua ansia - dovuta al suo passato veramente turbolento - non dorme, non sa gestire il suo tempo e che, quindi, beve.
"Lo sai come sono io, non ti mentirei mai", mi dice.
Era il secondo mai che mi diceva, ma "mai" è come "sempre", una parola pericolosa ed ingannevole.
E' seguito dal Ser.T, ma secondo lui, gli operatori non sanno fare il loro lavoro, perchè non gli danno quello che lui vuole.
Ha una discreta rete attorno a sè, non è completamente solo.
Ha una storia alle spalle tremenda, che segna e perseguita.
Gli manca qualcosa da fare, l'ansia gli viene perchè non occupa il tempo. Bevendo, fin dalle otto del mattino, tiene la testa altrove, non pensa e l'ansia non esiste più.
Ho cercato di spiegargli che non funziona così, che per anni era riuscito a stare senza un goccio di alcool e che questo dimostrava che aveva forza di volontà per poter proseguire il cammino intrapreso, che gli operatori del Ser.T sono competenti e di certo non vogliono la sua sofferenza, come non la desidera nessuno. Di riflettere su come stava in quel momento sulle sue potenzialità ridotte ai minimi termini, e di come, da sobrio, potrebbe mettersi in gioco e riprendere in mano la sua vita.
Qui ed ora.

"Dimmi una cosa, come stai adesso?"
"Chiara, sto di merda!" 
Ieri notte, tornando a casa, era un pò anche il mio stato d'animo.

Dobbiamo creare, incentivare e costruire. L'assistenzialismo non porta lontano. 

mercoledì 30 gennaio 2013

Passare dall'altra parte

Solitamente siamo così presi dai nostri impegni, dalle nostre faccende, commissioni e dal nostro lavoro che perdiamo dei particolari. Ci sfuggono tasselli salienti, e si sa il tempo è una di quelle risorse non rinnovabili, una volta passato, è andato e non è possibile riavvolgere il nastro e tornare indietro.
Sebbene questo venga anche insegnato sui banchi di scuola, è quando ce ne rendiamo conto direttamente che questo ci fa pensare.

Ho notato, nella mia esperienza, che non sempre rifletto su quanto possa essere duro essere "dall'altra parte", essere l'utente, il paziente, l'ospite.
Ho dovuto sottopormi ad un'operazione chirurgica di recente e sì, in quell'occasione, mi sono trovata "dall'altra parte".
Ero io la paziente, ero io che non "giocavo in casa", ero io in un ambiente a me non conosciuto, ero io circondata da persone che non avevo mai visto, ero io in un letto non mio con pochissimi confort se non un libro e la musica che mi ero portata da casa.
Ero io a dover chiedere aiuto suonando un campanello e testare, sulla mia pelle, quanto sia difficile sopportare un'ora e mezza di attesa dopo che mi era stato detto "arriviamo subito" e sentire il silenzio nel corridoio.
Ero io a dover chiedere di essere accompagnata in bagno perchè non potevo camminare senza che qualcuno mi sorreggesse, ed ero io in bagno osservata da capo a piedi da una perfetta estranea.
Ero io a dover sottostare ad orari non miei per mangiare, per i prelievi, le punture e le varie misurazioni, anche alle 6 e mezzo del mattino quando, la mia vicina di letto dormiva e con poco garbo e molto fracasso è stata svegliata. Io per il dolore non ho chiuso occhio ed ho "sentito" la vita di notte di un reparto ospedaliero.
Sono arrivata a farmi scrupoli se suonare o meno quel campanello perchè uno sguardo od una parola mal data possono farti sentire un peso ed una parte di lavoro in più da svolgere.

Ero io la paziente e l'utente e non vice versa come accade di solito, e come ho sempre pensato, è l'esperienza che insegna più ogni libro di teoria, di qualsiasi precisissimo manuale.
Di certo so cosa sta dietro ad un reparto ospedaliero, una comunità, ad un servizio; so quanto lavoro, quante volte può suonare il telefono, so quante cose sono da pensare e portare a termine prima che arrivi l'ora "X", ma so anche, ed ora ancor di più, quanto sia importante porre al centro del nostro lavoro l'utenza, la persona.

Sì, la persona. Ha un nome ed un cognome spesso dimenticati. Io sono stata presa in giro per un mio piccolo vizio di nome "Charlie", che è la mia coperta di Linus, da persone che dovrebbero pensare solo al tuo benessere e non a cosa ti è sdraiato a fianco, bianco, peloso ed inanimato.
Una persona che soffre e non deve attendere un'ora e mezza prima che l'antidolorifico che ha richiesto e che è scritto in cartella le venga somministrato.

Sono tutti esempi, ritagliati sulla mia esperienza, ma ogni giorno quella persona può essere differente, ma l'attenzione ed il rispetto che merita, no, devono essere sempre gli stessi, proprio perchè dall'altra parte, prima o poi, ci potremo essere noi.

Chiara