domenica 30 dicembre 2012

Il mio primo colloquio con un ex detenuto

Ho meditato molto sul titolo di questo post, non sapevo se lasciare una nota di "incertezza" per evitare un pregiudizio, oppure scrivere un titolo semplice e conciso.
Ho optato per la seconda perchè voglio sperare che, nonostante il titolo, non ci siano pregiudizi ma, solo voglia di leggere quello che ho da scrivere.

E fu così che ho avuto il mio primo colloquio con un ex detenuto. Ovviamente non si è presentato dicendomi "Hey sono un ex galeotto, attenta!", ma lo ha fatto con un sorriso, le mani in tasca dicendomi il suo nome.
Il ghiaccio è stato rotto subito, forse per la sua abitudine al colloquio, o forse per la sua voglia di raccontarsi e senza paura, senza paura di subire giudizi mi ha spiegato la sua "carriera carceraria", quali reati ha commesso ed anche per quale motivo, "non sono un santo come sembro".
Mi ha spiegato i suoi problemi di salute, il vizio del fumo che non riesce a togliersi, mi ha illustrato la vita nella Casa Circondariale della nostra città ed i lavori che ha fatto nei diversi istituti di pena nei quali ha soggiornato.
Mi ha parlato della figlia che studia ancora, mi ha raccontato qualche pezzo di vita vissuta fuori dalle mura e di quali problemi ha avuto durante gli anni della pena, sottolineando però che non ha mai avuto un richiamo od una sanzione "ho avuto così tanti anni da scontare che non ce l'avrei fatta a scontare di più!"

E' uscito con 6 mesi di anticipo, per la sua buona condotta, ed ora è sottoposto al regime di libertà vigilata e mi ha mostrato la sua carta precettiva con un sorriso.
Mi ha spiegato come non tollera la maleducazione e la violenza verso le donne, "nonostante quello che ho fatto, odio chi è maleducato e tratta male le donne!"
Infine mi ha chiesto, con profonda umiltà e gentilezza qualche vestito. Non ha avuto pretese nè di taglia nè di colore, fuori fa freddo e bisogna coprirsi.

Mi ha lasciata dicendomi questo: "il carcere serve a qualcosa se si ha la consapevolezza del reato che si ha fatto, se non ce l'hai non vai avanti. Devi vivere il carcere, non farti vivere dal carcere sennò esci più bestia di prima!"
Ho voluto appuntare queste parole nella mia mente e riportarle qui così come me le ha dette, purtroppo non posso inserire anche l'espressione ed il tono di voce, ma vi assicuro che la serietà con la quale le ha pronunciate mi ha colpito e non poco.

In tutto questo mi ha mostrato anche le cicatrici che gli hanno lasciato i tre proiettili che ha ricevuto nella sua vita, sono i segni - indelebili - di quello che ha fatto.
Ha sbagliato, ne è consapevole. Ha lavorato come scopino, come cuoco ed infine come lavandaio, suo padre  è morto in cella con lui, ha scontato ogni giorno di pena che gli hanno comminato.
E' un uomo (vigilato) libero che ha voglia di lavorare ed essere in grado di portare avanti quello che gli resta della sua vita.

Io non sarò altro che una chimera nella sua vita, viceversa, per me, lui è stato un maestro.
Chiara

lunedì 24 dicembre 2012

Un altro anno di pensieri sociali, auguri di Buone Feste


Certamente quest'anno non è stato uno dei più sereni, sotto tanti punti di vista.
Le notizie che hanno portato il sorriso sono state davvero poche, ma nonostante tutto, nel mio piccolo, ho cercato di scrivere il positivo che trovavo in ogni cosa.

Siamo giunti quasi al termine di questo 2012 ed io voglio fare a tutti i "miei" pensatori sociali, ai "miei" lettori gli auguri di Buone Feste, con la speranza che questo Natale possa essere un giorno sereno, all'insegna di quei valori che vanno perdendosi e che, il 2013, sia un anno "nuovo" davvero.

Non la classica frase "anno nuovo, vita nuova" che, oramai, ha perso il suo significato e la si ripete meccanicamente, ma che sia un "nuovo" per la svolta che, noi tutti, saremo in grado di dare!

Più attenzione a quello che ci accade attorno;
Più rispetto e giustizia sociale;
Più gentilezza nei confronti degli altri;
Più altruismo, accoglienza e condivisione.

Queste le mie speranze ed i miei auguri,


Chiara

martedì 18 dicembre 2012

"Chiara ma tu lo sai perchè...."

..."Perchè esistono gli alberi, eh lo sai?"
"Uhm, questo non lo so, dai dimmelo tu"
"Perchè devono offrire la tana agli animali!"

..."Perchè ci sono le nuvole in cielo?"
"Ah questo lo so, perchè grazie a loro piove!"
"No, sono l'immaginazione del mondo!"

..."Perchè la luna in cielo cresce?"
"Perchè anche tu cresci!"
"No, perchè la luna cresce cresce e poi scoppia e così esce il sole!"

..."Perchè le stelle quando sono cielo quando tu ti muovi, si muovono e quando ti fermi si fermano?"
"Ah ma che domanda difficile, questo me lo devi spiegare tu!"
"Perchè le stelle sono dentro al cielo e sono ferme lì, così quando tu ti muovi vengono con te, ti seguono, poi si fermano e si muovono...cioè è difficile da spiegare!"

..."Perchè i cinesi hanno gli occhi così?"
"Perchè sono cinesi, fossimo cinesi li avremo anche noi così!"
..."No, perchè hanno mangiato le mandorle!"

..."Perchè esiste il ferro?"
..."Ma che domande da scienziato mi fai?"
..."Perchè prima c'era la plastica con tutti i meccanismi, adesso c'è il ferro?"

..."Perchè il semaforo cambia sempre? Te lo dico io, perchè è matto!"

..."Perchè un pUliziotto non prende il cattivo, ma sbaglia persona?"
"Ma un pOliziotto mi volevi dire?
"Sì, un poliziotto eh sbagliato ehehe"
"Dai dimmi perchè sbaglia!"
"Perchè il ladro andava con un macchina con i fari spenti ed il poliziotto non lo ha visto, è furbo il ladro!"

.....

Quindici minuti di viaggio ed ho scoperto un mondo.
Quindici minuti di viaggio ed il traffico era il problema minore.
Quindici minuti di viaggio ed un bimbo ha espresso se stesso, senza troppi..."perchè". Aveva voglia di farlo e lo ha fatto.
Anche oggi mi sono portata a "casa" qualcosa.

Chiara

mercoledì 12 dicembre 2012

...di un'altra sbirciatina in una mia giornata.

Se c'è un lungo corridoio prima o poi si troverà anche una porta.
Quando si trova la porta, si entra o, si esce, dipende.
Dopo essere entrati (od usciti) si cerca, o si trova, dipende, qualcuno al quale raccontare qualcosa.
Dopo aver trovato qualcuno ecco cosa succede:
.......

"Ahhhh Chiara, ma lo sai che finisce il mondo?? Io non lo sapevo!?
"Ma dai, e dove lo hai sentito? Per radio?"
"Sì, sì per radio, ti ricordi di quello lì, quello che faceva la trasmissione, come si chiama Balestri?"
"Ah bè, se lo dice Balestri!! Ma te ci credi?"
"Sì che ci credo, Chiara, sono preoccupata!"
"Ma sù, dai, non ti preoccupare...e comunque, se fosse vero, cos'è non mi fanno neanche scartare i regali di Natale?"
"Eh appunto, ma se finisce il mondo, come facciamo?"
"E allora, sù dai dobbiamo muoverci" 
"Eh allora vado a fumare!"
"Uh bè, più mossa di così!"

.......

Passeggiando lungo un corridoio, di norma, si dovrebbero incontrare persone che camminano. A volte, però, si trova qualcuno seduto in terra.
Curiosità mi muove e così decido di sedermi anche io in terra, di fronte a questa ragazza con la schiena poggiata al muro.
Poggiata la mia schiena al muro:

......
"Uhm vediamo com'è il mondo quaggiù! Se lei sta giù (dico osservando una persona che, invece, era rimasta in piedi) vorrà dire che qui giù si sta meglio" (concludo osservando la ragazza seduta di fronte a me).
Non mi parla ma, mi accenna un sorriso.
"Tu che mi dici? Se stai qui giù un motivo ci sarà, magari si capiscono meglio le cose da quà, no?"
Un debole "Eh sì!"
"Eh allora vedi che ho fatto bene a sedermi qui in terra?"
Annuendo mi osserva. Io la osservo e mi illumino.
"Uh ma potremo fare quel gioco che fa così" ed inizio a battere le mani.
Lei a sua volta si illumina e mi si avvicina, senza dirmi nulla inizia a battere le mani accogliendo il mio invito.
Iniziamo a giocare, il sorriso piano piano le si allarga sul viso e guardandomi fissa negli occhi, aumenta il ritmo del gioco.
Vedere un paio di occhi brillare è sempre bello. Quando termina il gioco, le si spegne il sorriso e torna con la schiena contro il muro.
"Uh ma sai anche, potremo fare anche quell'altro gioco, con la canzone che fa..."
E si avvicina nuovamente e con la sua vocina inizia a cantare.
........

Noi sedute nel corridoio.
Noi sulla porta che dà sul giardino.
Noi che condividiamo momenti.
Noi che viviamo nonostante tutto.
Noi che siamo: persone!

Chiara


domenica 9 dicembre 2012

Di un pomeriggio in centro

Un pomeriggio libero dal lavoro, libero da impegni di ogni sorta se non quello di poter fare un giro con mia mamma, che non vedo oramai quasi più.
Passeggiando per le vie del centro della mia città ci godiamo quegli attimi di libertà e di compagnia, conversando e cercando di capire i "perchè" del mondo.
Sulla via del ritorno ho dovuto proteggere fisicamente mia mamma (io sono alta 1.80 e mia mamma è 20 centimetri più bassa di me), in quanto, quattro ragazzi si stavano spingendo, malmenando e ridendo come se la via fosse tutta loro.
Due dei quattro, incuranti dei passanti, stavano andando addosso a mia mamma (che per problemi di salute non può fare determinati movimenti) e per evitare rovinose cadute, mi sono parata dinnanzi a lei, prendendomi un calcio ben assestato con il tacco di uno stivale sul ginocchio destro, che per forza di cose, mi ha fatto esclamare parole non molto fini per via del dolore.
Il problema di questa storia non è tanto il calcio che mi sono presa, nè che ho fatto da guardia del corpo di mia mamma, ma la maleducazione che i ragazzi hanno ostentato non appena hanno sentito le mie parole.
Le riporto qui, perchè di male non c'è nulla. Ho esordito sentendo il mio ginocchio cedere "sti cazzi, che male!"
Di fronte a queste parole, i ragazzi si sono girati verso di me urlandomi "cogliona" e che avevo esagerato (in maniera molto colorita).
Tutto questo in mezzo alla via principale di una città.
Ammetto di aver perso la mia proverbiale pazienza, ed ho urlato loro dicendo che per fortuna io ero ancora in piedi, ma che se fosse stata una persona anziana oppure mia mamma stessa forse la cogliona non ero io. Uno di loro mi è arrivato ad un palmo dal naso urlando ancora contro di me, come se fossi io nel torto.
Alti uguali, fortunatamente non mi sovrastava, lo ascoltavo in silenzio mentre gesticolava e sbraitava.
Al termine del suo piccolo spettacolo l'ho guardato e mi sono girata di spalle, andandomene.
Ho visto una volante della polizia passare e sento mia mamma che dice "se fosse stato un anziano a cadere, almeno sarebbero passati di qui loro!"
Io col fiatone per il nervoso che mi era venuto, rossa in viso per il tacco di uno stivale che mi ha addolcito il pomeriggio, me ne sono andata sentendo uno "scusa" dalla ragazza del gruppo che è stata in disparte per tutto il tempo.
Le ho risposto che non avevo nulla contro di lei!

"Scusa".

Mi chiedo ancora adesso cosa sarebbe successo se non avessi avuto la prontezza di mettermi in mezzo a quei ragazzi e mia mamma. Mi chiedo se fosse stato un anziano, od una persona con disabilità? Se fossero caduti, se si fossero fatti male?
Mi chiedo perchè inveire contro di me anziché ammettere che quel gioco non era tanto adatto per il luogo in cui ci trovavamo.
Cosa è andato perso?
Cosa è successo a tutti noi, perchè anche io non ho reagito nel migliore dei modi?

E' stato un pessimo pomeriggio, mi sono arrabbiata come non mi capita mai, ho urlato in mezzo alla strada cosa che detesto, mi sono presa insulti da ragazzini che avranno avuto dieci anni meno di me e non si è risolto nulla, se non in un "scusa" accennato da una ragazza che è stata spettatrice non pagante per tutto il tempo dello show.

lunedì 3 dicembre 2012

3 dicembre - Giornata Internazionale dei diritti delle persone con disabilità


Ogni anno, come ogni anno, quando c'è la giornata internazionale qualsiasi sia il tema, ecco che si accendono i riflettori su quella "causa", ed io sono la prima a farlo attraverso questo mio blog; quello che mi spiace è che non sempre si porta avanti quella determinata causa anche dopo la mezzanotte.
Non si dimentica, certo, ma qualcosa si attenua.
Questo a me dispiace.

In ogni caso, oggi, è la giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità.
E' risaputo che la disabilità è un tema a me caro e per questo ho investito tempo, lavoro, scritti, amore e passione e voglio proseguire.
Trovo utile sottolineare l'importanza della parola: persone.
Nel mio lavoro e nella vita di tutti i giorni ho notato come, invece, l'accento venga posto sulla "disabilità" e spesso la fatica è quella di andare oltre!
Superare la "carrozzina", superare il "tic", superare la "cecità", superare la difficoltà nel sentire, nel parlare, superare tutto quello che - come ho scritto nella mia tesi - viene considerato una "mancanza".
Mi domando spesso il perchè?

Viviamo tutti nello stesso mondo,
facciamo parte tutti della stessa società,
condividiamo tutti gli stessi spazi (o così dovrebbe essere),
abbiamo tutti le nostre abitudini.

Non ci troviamo in due universi che mai si sfioreranno, anzi.
E' necessario, iniziare, ad entrare in questa logica. Facciamo parte tutti dello stesso spazio e tutti noi abbiamo  diritto di viverlo al meglio, senza impedimenti, senza barriere, senza discriminazioni.
Io sono per una società inclusiva, una società che non sono accoglie perchè ospita, non è così, ma per una società che è in grado di condividere, che è in grado di partire da una basa di uguaglianza e che permetta a tutti i suoi cittadini di sentirsi veramente parte. Ed il discorso lo allargo anche alle famiglie delle persone con disabilità che lottano ogni giorno con coraggio senza perdersi d'animo affiché questo accada.

Voglio chiudere questo articolo con una frase che trovo sia un ottimo spunto di riflessione e che racchiude bene il mio pensiero, una frase di Paul Valerié:

Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze.

Chiara

domenica 2 dicembre 2012

2 dicembre - giornata mondiale per l'abolizione della schiavitù

Si celebra il 2 dicembre, in quanto il 2 dicembre del 1949 veniva approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, la Convenzione per la repressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione.

Oggi penso sia possibile estendere il concetto di "schiavitù" a varie forme di plagio, detenzione e violenza come ad esempio: la tratta di esseri umani, schiavitù minorile, lavorativa, sessuale e monetaria (qualora si costringa qualcuno a lavorare per estinguere un debito).
E' bene ricordare che ogni forma di schiavitù sopracitata è un reato quindi un atto punibile al quale corrisponde una pena, inoltre la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che la schiavitù è un crimine contro l'umanità sancendo, quindi, la libertà di ogni essere umano di pensiero, di scelta e di vita.

Da sottolineare è l'importanza della dignità di ogni singola persona, ed è bene ricordare come sotto queste forme di schiavitù vi sia un business e che, la vita di ciascuno di noi, non è un valore monetario, ma un valore a prescindere da qualsiasi cosa e che, come tale, va rispettato e non violato.
Per questi motivi, è bene che si riscoprano i valori dell'uguaglianza sociale, della solidarietà, del rispetto di ciascun individuo e di quanto sia sbagliata la violenza (in ogni sua forma).

Come sempre è bene lasciare qualche numero che renda l'idea della concretezza del fenomeno: secondo i dati forniti dall'ONU 27 milioni di persone sarebbero ridotte in schiavitù, a parer mio, questo, è un dato allarmante.

Concludo questo mio articolo con le parole del segretario-Generale Onu Ban Ki-moon, in un discorso del 2009:
«Per lotta contro la schiavitù non si intende soltanto la sua proibizione dietta dalla legge, ma anche la lotta contro la povertà, l'analfabetismo, le disparità economiche e sociali, la discriminazione di genere e la violenza contro donne e bambini. Abbiamo bisogno di far rispettare le leggi contro la schiavitù, creare meccanismi di lotta contro tali pratiche; rafforzare bilaterali, regionali e internazionali di cooperazione, anche con le organizzazioni non governative che assistono le vittime, e di lanciare campagne di sensibilizzazione»

Chiara

1° dicembre - giornata mondiale per la lotta all'AIDS


Voglio iniziare questo articolo riprendendo le parole che ieri, 1° dicembre, sono state dette da Rosaria Iardino, Presidente Donne in Rete durante la celebrazione della giornata mondiale contro la lotta all'AIDS: «Un malato di AIDS in Italia costa 11.734 euro all’anno, lui, il preservativo, solo un euro».
E proseguo con le parole del Prof. Mauro Moroni, Presidente dell'Anlaids Lombardia, che ha detto: «Ogni anno in Italia oltre 4.000 persone si contagiano, sono persone di tutti i tipi, eterosessuali e omosessuali, professionisti o operai, italiani e stranieri. Un terzo in Lombardia e di questo terzo la metà a Milano dai 13 ai 14 anni fino a oltre 70 anni; non c'è nessuna immunità con l'età, se si hanno rapporti a rischio».
In Italia ci sono 160 mila sieropositivi, con quattromila infezioni all'anno, nell'80 per cento dei casi trasmesse per via sessuale. Circa l'80 per cento delle donne ha contratto il virus con un rapporto non protetto.

Per riflettere e rendere consapevoli diverse sono state le iniziative a favore di questa giornata in diversi ambiti: dalla moda allo spettacolo, dalle scuole fino al campionato di calcio, le partite di serie A inizieranno, infatti, con un messaggio audio video per combattere questa malattia e sensibilizzare la collettività.

Trovo anche importante segnalare il numero del Telefono Verde messo a disposizione dal Ministero della salute, 800.861.061 ed è attivo dalle ore 10.00 alle ore 18.00. Chiamando questo numero l'équipe, attraverso un'attività di counseling informerà ed offrirà consulenza anche legale a chi ne avesse bisogno.

Fatte queste premesse è necessario e doveroso, per me, ricordare che l'AIDS è sì una malattia che può essere combattuta con la prevenzione e la ricerca, ma che si parla di pazienti, di persone che ogni giorno convivono con questa patologia.
Non vanno discriminate, non vanno escluse e non vanno emarginate.
Vanno sostenute, aiutate, seguite, i servizi devono essere competenti affinchè i professionisti del settore siano in grado di accompagnare i pazienti e le loro famiglie nel loro percorso di vita.

Prevenzione, attenzione, aiuto e solidarietà le parole chiave.

In chiusura, lascio il rapporto del COA (Centro Operativo Aids) cliccando su questo link

Chiara

mercoledì 28 novembre 2012

"Ora che ho mangiato...sono felice"

E di fronte a queste parole, che dire d'altro?

"No, perchè sai, quando hai fame e mangi, poi sei soddisfatto" mi dice in un italiano sdentato, toccandosi la pancia che poc'anzi ha potuto riempire.
"Ohhh ma lo credo!" e gli sorrido, sperando che prosegua nel suo discorso, interessante senz'altro.
"Perchè se non mangi, non stai bene, se mangi poi è tutto a posto!" ed ora è lui a sorridere.
"Ma ti credo U., ti credo, lo so bene! Hai visto che, anche io, appena arrivata, ho mangiato...quindi posso capire ciò che dici! Persino Maslow ti darebbe ragione!" mi lascio andare e lui non capisce e non voglio neanche che capisca, è un momento tutto mio con quel ragazzo dalla pelle che mi ricorda il cioccolato al latte.

La discussione scema quando anche altri decidono che, nel corridoio che separa il refettorio dall'entrata, possono intrattenersi con noi. E certamente possono.
Pare un momento di pura normalità, e normale lo è.
Al dormitorio pubblico, ma tutto è normale. Sembriamo persone che si sono incontrate, per caso, in mezzo alla strada, ed amabilmente conversano. Certo la lingua a volte è la nostra difficoltà, ma fra una risata per una parola italiana troppo difficile ed un incoraggiamento: «Say in english!"» una bella mezz'ora l'abbiamo trascorsa normalmente, dimenticando - forse - le difficoltà della vita.

La fame, che se messa a tacere "ti rende felice";
Il freddo, che se placato "evita che io abbia la voce nasale";
La casa, che non è tua, che non è mia, è di tutti. "A volte non sto bene qui";
La compagnia, è variegata ed eterogenea e, forzata. "Chiara guardati attorno, quando ci sei tu noi sorridiamo!";
La famiglia, lontana, "Hai visto mia figlia? Ho la fotografia qui!";
Il lavoro, che non c'è "ma spero arrivi qualcosa";

Ed ora che ho mangiato sono felice!

Chiara

domenica 25 novembre 2012

"L'amore è un'altra cosa", giornata contro la violenza sulle donne.


E' Arisa a cantare "L'amore è un'altra cosa" e mi perdonerà se, per l'incipit di questo articolo, le rubo le parole.
Sì, l'amore è un'altra cosa, non è violenza, non è omicidio, non è ricatto, non è dolore, non sono prese in giro. L'amore è un sentimento puro e piacevole che non deve essere confuso con le minacce o con le violenze, in tutte le forme possibili.

Il dato: 115 (donne) vittime dal gennaio 2012

Queste donne avevano un nome, avevano un lavoro, avevano una famiglia, avevano dei figli, avevano dei parenti, avevano una dignità ed avevano, soprattutto, la vita. Il diritto di vivere.
Per i più disparati motivi hanno perso quel diritto ed hanno guadagnato il ricordo dei famigliari, che lottano per avere giustizia.

Dopo tutto quello che sta accadendo nel mondo in questo periodo, trovo difficile dire "stop alla violenza" (violenza sulle donne, nei confronti dei bambini e di qualsiasi essere umano ed animale), lo trovo difficile perchè lo ritengo sempre più utopistico, ma non per questo smetterò di invocare l'uso della parola anziché delle "armi" per risolvere qualsiasi tipo di conflitto.
Credo, però, che accanto allo slogan "stop alla violenza" debbano esserci tutti gli strumenti che le vittime di soprusi e violenza devono utilizzare qualora si trovino nelle condizioni, appunto, di vittime.

- Il coraggio e la forza di uscire dalla situazione di violenza 
- Denunciare alle Forze dell' Ordine che hanno l'obbligo di ascoltare ed accogliere le denunce di tutti   coloro che sentono il bisogno di segnalare una violenza;
- I Servizi Sociali che sono predisposti al fine di accogliere, ascoltare, indirizzare e sostenere chi si trova in una condizione di difficoltà (vanno segnalati i consultori famigliari, le case per le donne ed i centri anti violenza)
- Il medico di base il quale può offrire le cure necessarie e soprattutto essere il tramite per contattare il Servizio Sociale e far parte della rete
- Se si è in possesso, l'Avvocato di famiglia che può offrire una consulenza alla vittima, specificare se il comportamento perpetrato è reato, oppure legale, ed anche in questo caso, collaborare con i Servizi Sociali.
- La Rete Nazionale Antiviolenza ed il numero telefonico 1522 attivo 24 ore su 24 multilingue, in grado anche di fornire una consulenza specialistica.
- La rete famigliare ed amicale per non sentirsi sole ed affrontare con un sostegno in più, una situazione delicata e difficile
Non mancano i servizi, non mancano le modalità attraverso le quali le vittime possano agire per potersi difendere e soprattutto porre fine a quella situazione.

115 è un numero molto alto, che auspico, con l'anno nuovo diminuisca. Non si possono colpire fisicamente e psicologicamente le donne in quanto donne. 
Stop alla violenza di genere, sì al confronto ed alle differenze. Un motivo per il quale non siamo tutti uguali ci sarà, oppure no?

In conclusione lascio il documento redatto dall'Ordine degli Assistenti Sociali per la giornata contro la violenza sulle donne, storie di vita.

Chiara

domenica 11 novembre 2012

Una delle (tante) difficoltà della vita

Fare diverse esperienze permette di poter venire a contatto con realtà e situazioni, che, nella maggior parte dei casi, sono molto lontane da noi.

Questa io la chiamo "condivisione", lo chiamo "confronto" e "scambio". Sicuramente un arricchimento.

In questi giorni mi sono trovata a riflettere su quanto possa essere difficile e complicato non conoscere la lingua del paese nel quale si soggiorna, ed ancor peggio, non avere neanche la possibilità di esprimersi in seguito ad una malattia che è andata a ledere l'area del cervello adibita al linguaggio.
Ovvio è che oltre alla riflessione ed all'immaginazione non posso andare, poichè io vivo in Italia e conosco la mia lingua e soprattutto non ho alcun impedimento, sia nello scritto che nella lingua parlata.
Sono questi i casi in cui credo non si possa parlare di empatia, penso sia solo possibile avere tanta pazienza ed accogliere nella maniera più dolce ed educata possibile chi non è in grado di avere una relazione verbale con noi.

Mi sono posta diverse domande:
- come può stare questa persona che, con gli occhi, mi trasmette tutto quello che può ed io, con gli occhi e la mia lingua, tento di spiegargli che non riesco in nessun modo a comprenderlo?
- il mio approccio è quello corretto?
- cosa è possibile fare per questa persona, quando anche la presenza di un mediatore è risultata fallimentare?
- quando anche i simboli non vengono in aiuto, perchè i "codici" utilizzati sono diversi e non è possibile nè conferma nè smentita, cosa si può fare?
- cosa passa per la testa di questa persona che è immersa nel nostro mondo ma, ne è uno spettatore non pagante?
- quando cerca di essere parte attiva di una conversazione, ed è evidente che sta imitando i nostri gesti e la nostra mimica, come si sente? Ed io, che lo rendo partecipe, faccio bene?

Come sempre ho tante domande che derivano dalle mie esperienze professionali e non ho mai risposte. Cerco il confronto con chi ne abbia voglia.
Mi pongo domande perchè chi lavora con e per le persone non può non interrogarsi, cerco il confronto perchè credo sia una strategia utile e produttiva.

Chiara

sabato 3 novembre 2012

Interrogandosi...in sosta al semaforo, lungo un marciapiede

Quest'oggi in macchina sono passata in Corso Allamano, strada che collega Torino con Grugliasco.
Canticchiavo, che fare se non chiacchierare o parlottare?
Canticchiavo, fino a che al semaforo ho smesso di cantare per voltarmi verso il marciapiede destro. Mi aveva attirato un qualcosa di verde, con la coda dell'occhio non riuscivo a vedere bene.
Voltandomi ho capito cosa fosse: la borsetta di una ragazza.
In piedi, lungo questo marciapiede, vestita in maniera non poco appariscente.
Poco più in là un'altra ragazza che, in piedi, faceva le parole crociate - distrattamente -.
Ingenuamente ho chiesto "ma cosa ci fanno lì?", ovvio che sapevo il motivo per il quale sostavano lungo quel marciapiede, ma non riuscendo a darmi pace, non ho potuto far altro che chiedermi perchè fossero lì e non altrove, come tante ragazze (compresa me) a godersi un pomeriggio in tranquillità.
Non faceva freddo ma, quella sedia bianca da giardino, accanto ad una di loro, mi ha fatto pensare che la sua permanenza non fosse di un paio di ore. E la conferma è arrivata da lì  a poco, quando mi è stato spiegato che, da anni, quella zona è il ritrovo usuale di ragazze che fin dal mattino presto, sono in attesa di...Di?
Io...non riesco a darmi una risposta.

Non riesco a spiegarmi cosa le spinga.
Non riesco a capire dove trovino la forza.
Non riesco a concepire che ragazze  e donne debbano offrirsi (o vendersi).

"Dovrebbero andare via da lì", ho esclamato, quasi sentissi la necessità di portarle via da quel marciapiede. Certo, non devo escludere che ci sia chi lo fa come scelta di vita, e che quindi non avrebbe senso che arrivasse qualcuno a "salvarle", ma temo che quelle ragazze, così come altre che si incontrano sulla via che collega Rondissone a Chivasso, non siano lì ferme, con qualsiasi condizione meteorologica, a qualsiasi ora del giorno e della notte, per loro scelta.

Non giudico una condizione, non giudico una ragazza...mi interrogo sul "come" e sul "perchè".
Mi chiedo cosa si possa fare per evitare questo fenomeno?
Mi chiedo se sia cosa giusta cercare di evitare che tutto questo accada?
Mi chiedo, mi interrogo, mi pongo domande...e  non trovo risposte.

L'unica mi speranza, quando è scattato il verde e la prima e poi la seconda mi hanno allontanata da quello scenario, è che tutte queste donne non debbano soffrire, sotto ogni punto di vista.

Chiara

giovedì 1 novembre 2012

Presentazione del XXII dossier immigrazione Caritas / Migrantes


Anche quest’anno è stato presentato il dossier nazionale sull’immigrazione redatto da Caritas e Migrantes.
Il messaggio che il dossier statistico ha voluto divulgare è “Non solo numeri” in quanto dietro a questi ultimi, ossia i numeri, che come vedremo successivamente, sono in aumento, vi sono vicende personali, storie di vita e la dignità umana.
E’ oramai assodato che la migrazione sia un fenomeno sfaccettato e come sia impossibile conoscerlo appieno, poiché è in costante cambiamento (come ad esempio i paesi di provenienza ed arrivo, le modalità), ma questo non deve impedire di ricordare quanto sia importante conoscere chi emigra, le motivazioni e per questo motivo, non considerare l’immigrazione un avvenimento, esclusivamente, oggettivo.
Per questi motivi non è più possibile parlare di immigrazione come un’ “emergenza”, come un fatto sporadico, anzi le previsioni ed i dati confermano quanto sia un fenomeno destinato a proseguire, importante dunque non generalizzare qualora si voglia parlare di “migrazioni” e soprattutto non avere un atteggiamento mentale pre – giudizievole (ad esempio il 60% degli italiani non sposerebbe uno straniero). Al fine di evitare questo sarebbe auspicabile una grande forza sociale che promuova una realtà in grado di accogliere e di produrre cambiamenti, anche a livello legislativo.

Per poter comprendere meglio il fenomeno è bene dare uno sguardo ai dati che il 22° rapporto della Caritas Migrantes ha fornito:
214 milioni i migranti nel mondo
33 milioni in Europa (nel 2010)
5 milioni in Italia (nel 2011)
Dal 1999, i migranti, sono aumentati di 10 volte
7, 4 miliardi di rimesse (somme di denaro inviate nei paesi di origine) nonostante la crisi mondiale
34117 richieste di asilo presentate in Italia
7155 richieste di asilo accolte in Italia
5 milioni di persone straniere regolarmente presenti in Italia di cui 1 su 7 nato in Italia (nel 2011 l’Istat ha affermato come sia positivo il saldo di nascite fra i migranti e negativo quello degli italiani)
Circa 7700 presenze dei CIE
Circa 8000 respinti
Circa 16000 rimpatri
Circa 21000 non ottemperanti
Circa il 30 % delle presenze (In Italia) è di cittadini comunitari
Circa il 24 % delle presenze (In Italia)  è di cittadini non comunitari
Circa il 22 % delle presenze (In Italia)  è di origine Africana
Circa il 18 % delle presenze (In Italia)  è di origine Asiatica
Circa l’8% delle presenze (In Italia)  è di origine Americana
2,5 milioni sono gli occupati migranti presenti nel nostro paese (l’85 % è occupato nel settore dell’assistenza, il 33 % nel settore dell’edilizia ed il 10 % nel settore infermieristico)
Tasso di disoccupazione è del 12 % a fronte del 8% italiano
Il bilancio costi / benefici è di 1, 7 miliardi di euro

A fronte di questi numeri è bene porre in essere sia una riflessione personale che, a livello più esteso, sociale.
Va ribadita l’importanza del non discriminare,  del non giudicare a priori e del non generalizzare e per questo motivo sarebbero utili iniziative di accoglienza e procedure di pari opportunità (vedesi il costo del permesso di soggiorno – circa 80€ - mentre la carta dì identità cartacea costa 5€), sarebbe auspicabile che venissero semplificate le procedure burocratiche, che ci fosse un recupero del sommerso (lavoro nero), che a livello politico ci fosse una programmazione adeguata dei flussi ed infine, che ci fosse un’apertura maggiore alla libertà di religione.
E’ importante ricordare, al termine di queste riflessioni, come l’Italia abbia un fragile sistema di accoglienza tant’è che il Tribunale di Stoccarda con sentenza del 12 luglio 2012 ha ritenuto «illegittimo rimandare in Italia un richiedente asilo, registrato inizialmente nel nostro paese, adducendo come motivazione il rischio di ricevere un “trattamento disumano e degradante”».
Siamo un popolo storicamente migrante, per questo motivo dovremmo ben comprendere l’importanza di un cambiamento a livello culturale che sia più inclusivo ed accogliente, senza dimenticare però le reciproche differenze che, stante quello che si potrebbe pensare, arricchiscono il nostro bagaglio culturale personale e ci permettono di confrontarci con quello definito “diverso”.

Chiara

mercoledì 26 settembre 2012

...di una sbirciatina in una mia giornata

Apro gli occhi e non posso essere sicura di quello che mi potrebbe succedere nell'arco della mia giornata.
So che dovrò infilare delle chiavi in un due serrature incastonate in due cancelli verdi, girare una maniglia in sù chiudermela alle spalle e vedere che accadrà.
Vedere che accadrà ed esserci.
Una stretta di mano "ma è fredda" e sentirla scaldare contro una guancia calda;
Un "ciaoooo" festoso;
Un "buongiorno Chiara, ma che bella maglia indossi e che buon profumo e che bella che sei" e rispondere che "anche tu sei molto bella" strizzando l'occhio;
Poggiarmi al muro ed iniziare un discorso
...

"Oh, Cosa!"
"Non mi chiamo Cosa, come mi chiamo?"
"Chiara, sì lo sapevo, lo stavo per dire, Chiara!"
"Bene, brava, dimmi...volevi dirmi qualcosa?"

"Oggi è una giornata triste, non mi piace"
"Uhhh sì, è un pò grigia questa giornata, ma sai cosa facciamo noi? Pensiamo alle cose belle, eh, che dici?
"E tu Chiara a cosa pensi quando pensi alle cose belle?"

"Io...penso...al sole!"
"Il sole, vero, il sole è bello!"
"Vedi, penso anche alle coccole, alle caramelle, alle cose dolci e delicate!"
"Le coccole? Come quelle che ti fa la mamma quando sei piccola?"
"Sì, come quelle!"

"E tu sei stata nel passeggino, Chiara, eh Chiara?"
"Certo, che ci sono stata!"
"Ah ecco, ma il sole e giallo e tu oggi sugli occhi hai l'azzurro!"
"No, non è azzurro, è un rosa chiaro chiaro"

"Ti sta bene, Chiara, però non te lo metti negli occhi vero? Te lo metti dietro! Sopra!"
"Certo, vedi, ce l'ho qui sopra...sulle palpebre!"
"Ah ecco, lì dietro..."
"Si dice sulle palpebre, palpebre"
"Allora ti sta bene il rosa sulle palpebre"

"Grazie mille, fa sempre piacere un complimento"
.......

Uscire dalla porta spingendo forte, e chiudermi i due cancelli alle spalle, tornare a casa e fissare questi momenti. Sono attimi importanti, mai banali.
Il lavoro sociale non è mai banale.

Chiara

martedì 18 settembre 2012

I miei piccoli momenti quotidiani

Frammenti di storie, condivise con me, rese uniche. Momenti da ricordare.

I - "Chiara cosa dice l'ultimo dei Mohicani?" ... "Aspettatemi!"
M - "Chiara, ma sono ricci, sono chiariiiiii"
D - La mia dolce Chiara, bentornata, posso darti un bacio?"
M - "Chiara, ma quando resti qui per sempre?"
L - "Chiara tu hai paura di invecchiare?
L - "L'acqua del mare è salata perchè gli hanno versato il sale grosso, quello della pasta!"
S - "Chiara, sei bella da far paura!"
U - "E tu hai vissuto a Firenze? E la porti un bacione a Firenzeeee, perchè tu sai quella canzone che fa?"
J - "Prego il mio Dio perchè tu sia sempre in salute, abbia un casa e sia felice!"
M - "Quando ci sei tu si ride sempre!"
D - "Un matrimonio fra cavalli?" ... "Un cavallonio"
F - "Chiara tu non sei in scran!" (e solo io so cosa vuol dire)
M - "Attila, il re degli Unni, e adesso chi è il Re?" ... "Attila, è il re"
C - "Chiara, sei bella, alta, magra ed intelligente...vuoi averlo almeno un difetto?"
G - "Chiara, ma quando torni, ma ci sei domani, e giovedì e venerdì. E allora batti un cinque"
F - "E adesso lo metti tu il cappello con le candeline, è il mio compleanno e faSSamo la foto!"
A - "La vedo, tesoro, la preoccupazione nei tuoi occhi, nel cuore. Ma non ti devi preoccupare non è la prima volta che dormiamo fuori, su di una panchina, è mio marito non lo lascio solo" (lasciandomi la mano)

Sono alcuni, sono miei.
Aveva ragione il mio professore, il nostro lavoro è il lavoro più bello del mondo.

Chiara


domenica 2 settembre 2012

A 10 anni non puoi avere paura, bimba mia

Se ripenso ai miei dieci anni, devo ammettere, fatico a ricordare fatti, accadimenti od avvenimenti specifici, ma ricordo perfettamente che non avevo paura.
Non temevo il mondo, non avevo il timore di uscire di casa, la paghetta di mio nonno (all'epoca 50 mila £) volevo donarla tutta al migrante che sostava e chiedeva l'elemosina fuori dalla mia chiesa e non pensavo, come credo sia giusto, che le persone potessero farmi del male o, sì mi ripeto, paura.

Partendo dalla definizione che fornisce il dizionario di "paura", racconterò poi un piccolo aneddoto.
Paura: " Sensazione di forte preoccupazione, di insicurezza, di angoscia, che si avverte in presenza o al pensiero di pericoli reali o immaginari".

Venerdì, un bel prato in montagna, un telo colorato disteso in terra, sedute una di fronte all'altra una bambina di dieci ed io. Uno sguardo alla montagna, un sorriso, una parola, una coccola ed infine un poco di silenzio per ascoltare i rumori della natura. Ad un tratto questa bimba alza lo sguardo, socchiude gli occhi e seriamente mi chiede: «Chiara, ma tu fai volontariato?». Le rispondo: «Sì, nel dormitorio di Biella!» non aggiungo altro, volevo vedere fin dove volesse arrivare.
Aggrotta la fronte, china il capo di lato e mi domanda curiosa: «Cos'è un dormitorio?».
Rispondere è doveroso, non solo cortesia, quindi: «Il dormitorio è quel posto dove le persone che non hanno una casa, non hanno più un lavoro, non hanno più una famiglia e quindi hanno bisogno di aiuto, possono dormire e trovare anche del cibo!»
Candidamente mi chiede, senza rifletterci troppo: «Ma queste persone hanno una brutta faccia? Fanno paura? Ti fanno male?». 
Le sue domande mi lasciano interdetta, ma cerco di non mostrarlo, le sorrido e le rispondo con molta calma che le persone che frequentano il dormitorio non fanno nessuna paura, anzi spesso la provano e che non fanno del male, forse sono loro ad averlo subito. Soprattutto, però, cerco di spiegarle che non deve avere paura delle altre persone, soprattutto a dieci anni.
Ancora le dico che non si accettano le caramelle dagli sconosciuti ma che, nei confronti del mondo, è giusto avere fiducia. Proseguo dicendole che anche io posso avere una brutta faccia quando sono stanca o quando mi capitano avvenimenti spiacevoli, ma che per questo non deve avere paura di me.
"Non avere paura, bimba mia!"

Mi sorride, mi abbraccia decidendo che anche lei da grande vorrà lavorare con le persone.

Quello che è accaduto venerdì mi porta sicuramente a riflettere, a farmi domande a scuotere la testa arrendevolmente di fronte a domande simili, soprattutto quando è un bimbo di dieci anni a porle.
Sicuramente vive in un mondo che non è possibile definire tranquillo, ma quella sensazione di pericolo non può albergare in un cuore "piccino", i "grandi" di domani devono crescere con la speranza e la serenità altrimenti il nostro mondo perderà tutti i suoi colori.

Chiara

mercoledì 25 luglio 2012

Datemi una leva e vi solleverò il mondo.

"Lulù, sei felice che a settembre andrai al mare?"
"Sì, che sono felice!"
"Andiamo a prendere l'occorrente che ci serve, allora. Un costume prima di tutto, vero?"
"Sì!"
"Come lo vuoi questo costume, di che colore?"
"Azzurro, mi piace azzurro!"
"Allora lo prendiamo azzurro!"
"Ma anche rosso mi piace, lo voglio rosso!"
"Chiedilo Lulù il costume rosso, tu chiedilo e vedrai!"

Arriviamo al negozio. Luci, colori, tantissime persone. Shopping!
"Ma siamo in paradiso?" 
Una domanda che fa stringere il cuore ed al contempo pensare che, non c'è soldo, non c'è lavoro, non c'è nulla che regge il confronto con il sorriso di chi, in vita sua, non ha mai visto ed esplorato un negozio.
Un negozio, figuriamoci il mondo, no?

"Lù, vieni che prendiamo il costume!"
Passo passo...trovo la taglia ed il colore (rosso).
"Sì che siamo in paradiso i desideri si avverano!"
Prova costume "Lù, è il tuo, ciapa sù!"

E di fronte alla soddisfazione per aver acquistato un costume rosso con le conchiglie, io che posso fare, che posso dire?
....che quel costume rosso se lo metterà e per la prima volta vedrà il mare!

Credo che questa giornata, queste poche parole debbano farci riflettere e non poco.
Guardiamoci attorno, cos'abbiamo? Cosa ci manca? Il valore delle cose materiali lo conosciamo? E l'importanza di quelle non materiali? Lo abbiamo fatto nostro o dobbiamo fare un piccolo ripasso?
Perchè se io ho un paio di scarpe in più, mi guardo attorno e so a chi darle, aprendo la mia scarpiera e pensare a chi, in estate, mi cammina ancora con gli stivali da pioggia perchè non ha altro.

Un sorriso, gli occhi che ridono, un "grazie", l'entusiasmo, la genuinità...queste cosine, sì, che mi fanno andare a dormire la sera con il cuore più leggero.
Non posso salvare il mondo, ne sono consapevole, ma posso impegnarmi per rendere quello che mi circonda più vivibile e più umano.

Chiara

mercoledì 11 luglio 2012

Li crediamo "piccoli", ma sono loro i veri "grandi".

Se devo pensare ad una delle cose più belle al mondo, una fra queste, è di sicuro il sorriso di un bambino.
Mi è difficile restarne indifferente, così come mi è difficile non riuscire a sentire una stretta al cuore, quando, con  dolcezza e purezza - disarmanti - un bambino mi mostra il mondo.
Sentire raccontare "l'amico" con quella vocina ancora tenera, vedere l'impegno serio ed intenso nel costruire una spada col cartoncino con manine ancora piccine (e contribuire nel renderla la spada più forte fortissima al mondo) ed imparare una filastrocca "petto, mano, bocca shhhhhhhh", sono piccoli pezzi di un mosaico, un mosaico che mai andrebbe distrutto, mai andrebbe rovinato. Preservato con cura e con amore.

"Vuoi vedere che ti faccio una magia?"
"Davvero me la fai?"
"Certo!!" e con pochissimo sforzo scarto la cannuccia di un succo che non voleva saperne di uscire.
"Ecco, hai visto, magia magia e la cannuccia eccola qui!"
"Sei una magaaaaaa, grasssie!" (Ci mancano i denti davanti)..e vedere che, adesso, quella cannuccia non vuole entrare nel contenitore per far bere il succo.
"Ma...devo far un'altra magia?"
"Sì, per favore" e mi allunga succo e cannuccia.
"Uno, due, tre!", basta allargare un sorriso, premere decisa e forare la carta di protezione e la cannuccia entra. "Fatto, altra magia, adesso puoi bere, tranquillo"
Occhietti spalancati, come se...davvero avessi fatto una magia. Da fan di Harry Potter qualcosa avrò imparato, ma..
 "Ti manca il mantello ed il cappello!"
"Ahià ahià...ma vedi, io non li metto perchè sennò tutti vogliono le mie magie, e se tutti le vogliono poi è troppo facile!"
Attimo di silenzio e riflessione "Vero! Allora tu a pranzo ti siedi vicino a me!"

Siamo stati tutti bambini, ed io, voglio ancora esserlo.
E lo sono. 
Siamo stati tutti bambini, perchè non esserlo ancora un pò, qualche ora al giorno. Cogliere il bello, afferrare il dolce, respirare il tenero.
C'è ingenuità e sincerità nelle loro parole.
C'è purezza e delicatezza nei loro pensieri.

Li crediamo "piccoli", ma sono loro i veri "grandi".

Chiara


martedì 26 giugno 2012

Riflessioni sparse.

Sì, col punto finale dopo sparse.
Accadono troppe cose durante una giornata, ognuna di queste meriterebbe una riflessione od un pensiero.
E' bene fermarsi e meditare.
Non intendo sdraiarsi e pensare a spiagge incontaminate, il rumore del mare e di gabbiani. Voglio dire meditare su quello che accade per poterne ricavare un senso, per poter trovare una soluzione o forse due, per poter sapere muovere un passo davanti all'altro - deciso e convinto.
Si piange, si urla, si ama, si bacia, ci si arrabbia col mondo ed il mondo si arrabbia con noi, cadiamo in terra così tante volte che, quasi, sarebbe più facile restare in terra e conoscere a fondo il sapore del cemento e della polvere. 
Sì, ma a che pro?
Sicuramente assaggiare il gusto di cemento e polvere non è piacevole, ma riuscire a puntare nuovamente le mani e rialzarsi ha un immenso valore, ed è questo valore quello che deve darci la forza di proseguire.

Proseguire e riflettere. 
Riflettere e proseguire.

Quanto lo facciamo?
Siamo disposti a farlo?
Quale motivazione diamo a quello che ci accade?

A mio avviso non sono domande così banali e scontate, anzi sono domande difficili e la loro messa in atto lo è ancor di più.
Trovare un senso, il positivo e la forza non sono cose che ci insegnano sui banchi di scuola ma, è la scuola della vita che ci permette di allenare questa nostra capacità.

Affiniamola.
Non lasciamo spazio alla disperazione.

C'è un mondo che respira, c'è una giornata da vivere e meritiamo - tutti - di non perdere la partita.

Chiara

mercoledì 30 maggio 2012

L'umanità non è di questo mondo, l'apparenza e lo spreco sì.


Abito in Piemonte, regione, dove il terremoto è stato avvertito relativamente, tutto sommato siamo stati veramente fortunati.
Le nostre case sono ancora tutte intere, le nostre scuole sono agibili, i nostri edifici storici sono ancora al loro posto e nessuno ha perso la vita per via del sisma.
Altrove non è così.
In Emilia Romagna le cose non stanno esattamente così. Persone hanno perso la vita, le case si sono sbriciolate, gli edifici storici sono un cumulo di macerie, tanti (tantissimi) posti di lavoro sono andati perduti. E' possibile rimanere impassibili di fronte a tutto ciò? E tutto questo è quello che accaduto in passato in Abruzzo, in Liguria, in Umrbia e nelle Marche, in Piemonte, in Campania, in Friuli.
Insomma è la storia che si ripete e che nulla ci ha insegnato. Vediamo i servizi di tanti programmi televisi mostrare persone che, a distanza di anni, sono ancora nelle tendopoli, che abitano ancora nei container e noi non  facciamo nulla. Le Istituzioni che non muovono un passo. E noi dovremo essere un paese civile, evoluto e moderno.
In questi giorni si parla solo ed esclusivamente della "polemica" (che a mio avviso tale non è) sulla parata militare del 2 giugno prossimo, sul viaggio del Papa a Milano, sul calcio che andrebbe sospeso per i prossimi due anni.
Parto da quest'ultimo argomento. Se si parla di calcio, siamo tutti pronti a difendere il primo ragazzotto che lancia una sfera dentro una porta prendendo miliardi di euro, "non potete toglierci anche il calcio", ho sentito dire. E la dignità di tutti noi? Quella non la stiamo perdendo? Non l'abbiamo già persa? Non ce l'hanno levata?
Unirsi al fine di arrivare con una voce unanime per sospendere la parata militare e  le sfilate di persone in divisa che, così facendo non stanno assolutamente svolgendo un'attività utile, questo sì che è più difficile.
Il Presidente della Repubblica ha dichiarato, nonostante la mobilitazione dellla rete e non solo, che la manifestazione resta ma, si spenderà di meno. Riflettiamo.
Si spenderà di meno ma, vengono aumentate le accise sulla benzina per aiutare i terremotati.
Furbastri sanno che della benzina non ne possiamo fare a meno.
Ora mi chiedo, i militari stessi non sono cittadini italiani? Perchè non chiedono, tutti insieme, di non sfilare nonostante la conferma di Napolitano? (E voglio ricordare che un precedente c'è stato, faccio solo un nome Forlani)
Lo chiede il popolo civile, che lo chieda anche il popolo militare.
Ci vuole poco per dimostrare quanto si tiene a quella tanto adorata Patria.
La Patria è a pezzi, va ricostruita, servono soldi e forze, soprattutto quella di volontà.
Ed i nostri stessi governanti dovrebbero rendersi conto di quanto sta accadendo nel nostro Paese e cercare di fare qualcosa di più concreto, sono necessarie misure forti e concrete, non la sospensione del calcio ma, puntare su quello che è il welfare (scuola, famiglia, sanità, servizi...), quando il welfare sarà tornato ad esistere e camminerà con le sue gambe allora sarà possibile riprendere in mano le tradizioni.

Per quanto ancora si dovrà subire ed assistere a spettacoli terribili con una cornice di polvere, fumo e disperazione?


Chiara

martedì 15 maggio 2012

Era freddo che la primavera non si capiva dove si fosse nascosta

Quest'oggi non pubblicherò niente di mio. Pubblicherò uno scritto che un collega mi ha inviato. A me non piace la parola "collega", trovo che sia fredda ma, per oggi, andrà bene.
E' uno stralcio di vita e la parola importante, da tenere bene a mente, è vita.
Lo ringrazio per il contributo e lascio a voi la lettura e, soprattutto, la comprensione.

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Era freddo che la primavera non si capiva dove si fosse nascosta. Però era maggio ed ero in canottiera: portavo il cane ad annaffiare la vita e le aiuole, e nel frattempo ero passato in edicola ad acquistare il Guerin Sportivo. Anche la signora dei giornali mi confermava che la temperatura si era irrigidita, ed il cagnolino tirava verso casa per tornare sulla sua poltroncina. Avesse potuto parlare con la signora dell’edicola, anche lui gli avrebbe detto che, ebbene si, la temperatura si era drasticamente abbassata.


“Fè!”.
 Mi sento chiamato per nome, dall’altra parte della strada, da una ragazza. Abito una zona che frequento poco: conosco tanta gente dove lavoro e poca dove vivo. La ragazza è magra, smunta, ma le si allarga un sorriso. Un sorriso bello. La conosco, e da tempo, ma lo capisco solo quando la riconosco. Abbiamo parlato tante volte. Viene da un altro continente, ma è cresciuta qua in Italia, vive in un paese dove ho lavorato, vive là da quando aveva 6- 7 anni. Faccio un rapido conto: ha diciannove anni, ma sembra che la vita l’abbia risciacquata con un programma sbagliato e risputata fuori infeltrita.
Le labbra screpolate, gli zigomi che sporgono, il viso scavato. Mi sembra un incubo.
Fuori è freddo e dentro l’anima mi si gela ancora di più.

“Abiti qui?”.
Si, abito qui, ci manca solo che vivo lontano, che con questo freddo mi ritroverebbero ibernato. Il mio cagnolino, otto chili di asocialità ed una propensione ad abbaiare che stordisce timpani e comprensione umana, rimane silenzioso.
Non so cosa abbia capito, ma come al solito qualunque cosa io stia pensando, lui la capisce meglio di me. E’ silenzioso, lo guardo e lui sembra dirmi “Ti aspetto, fai quello che devi fare”. Ma è lei che parla.

“Vivo da queste parti, con il mio ragazzo. Lui è agli arresti domiciliari. Mio padre non mi parla più. Sai che ho ancora il numero del tuo ufficio?”.
Insomma, io non è che voglia etichettare nessuno, ma se è agli arresti domiciliari magari quel ragazzo- il suo ragazzo- ha fatto qualcosa di male. “Sei piccola, sei proprio sicura che la convivenza sia la cosa più giusta?”. In realtà mentre sto finendo la frase lei riprende a parlare. Ha sempre voluto comunicare con me. Lo ha sempre fatto. Quando succedeva qualcosa, il primo a saperlo ero io. Che poi parlavo coi suoi genitori. Una volta la incontrai all’ambulatorio del suo dottore e lei mi venne ad abbracciare di corsa. Al medico disse che ero il suo assistente sociale. Di solito non funziona così. Con lei sì.

“Ho vissuto un dramma l’anno scorso. Non mi sono ancora ripresa.
Nell’ultimo periodo sono dimagrita tanto: ora faccio uso di sostanze”.
In tre minuti, mentre il vento mi sferza, mi rovescia gli arretrati di una vita che mi era rimasta in sospeso. Prima almeno una volta al mese la vedevo, e lei mi parlava apertamente. Non so perché, in effetti neanche io sapevo perché. Con lei mi sono sempre potuto permettere di bluffare. Le dicevo che sapevo che aveva fatto qualcosa, e lei mi raccontava tutto. Io seguivo l’istinto nel farle alcune domande e nel trarre conclusioni, e lei scopriva le carte con l’ingenuità che dovrebbe contraddistinguere ogni adolescente. “Che dice tua mamma?”

“Mi dice che mi vuole bene e mi chiede di tornare a casa”.
“Chiamala, torna a casa subito. No?”

“Mia mamma devo vederla domani. Domani glielo dico. Domani torno, che dici?”.
“Torna stasera”.

E’ ferma, sembra che anche lei finalmente si accorga del freddo che fa, fuori e dentro di noi.

“Torna stasera- continuo- o torna domani, ma torna presto, torna da lei. Dopodomani mi chiami al numero che hai, mi chiami assieme a tua mamma, e vediamo di aiutarti”. Non so se sia giusto. Non so quello che è giusto. Non so se, come anni fa, ho improvvisato bene, ho capito immediatamente cosa quel volto adesso segnato voleva comunicarmi. Vorrei solo tornare a casa ad intiepidirmi l’anima. Vorrei caricarla in macchina, accendere il riscaldamento e riportarla dalla sua mamma. Le dico che aspetto la sua chiamata, dopodomani.

“Ti ricordi quando quel giorno che parlavo con te in ufficio passava con la moto il ragazzo che mi piaceva, ed io…”
… E lei si emozionava, e piangeva, e rideva, e mi chiedeva cosa fare, e guardava fuori, e poi mi guardava e poi guardava ancora fuori a seguire quella moto con lo sguardo e mi chiedeva se era giusto stare con un ragazzo e non essere sicura di fare la cosa giusta. Ed il voler andare in discoteca, e le amicizie giuste e quelle sbagliate, ed i sogni di una vita da vivere. Come posso non ricordare? Ed ora quel volto emaciato, scavato, quella vita che le vedo dietro quel sorriso bello, quella vita che lei mi permette di vedere, perché c’è ancora, nonostante tutto e nonostante i problemi.

L’ho incontrata da ventisette ore, domani sarà quel dopodomani che le ho detto.
Stasera ho paura di non sentirla telefonare, domani.
Ma ho fiducia che lo farà.

lunedì 14 maggio 2012

Guardando una fotografia

Ieri, nel pomeriggio, ho avuto la fortuna di poter vedere e commentare delle foto, in apparenza normali e quasi anonime.
Le fotografie sono di una mia amica, mamma resistente e soprattutto combattiva, con suo figlio. Un ragazzo con disabilità.
Sappiamo quanto il tema della disabilità mi stia a cuore ma, ho deciso di scrivere questo post, perchè una frase di questa madre mi ha colpito. La forza, la lucidità, la maturità.

"Eppure a malincuore vorrei che si distaccasse un pò"


La fotografia li ritrae abbracciati, l'abbraccio di lui è così forte, lo si vede. E' forte ma, in parte è disperato ed in parte sollevato.
Ecco, il cuore di una mamma dentro quell'abbraccio esplode di felicità, sicuramente. Si è sciolto il mio che non sono mamma, ma sono stata "contagiata" dall'affetto, che sappiamo bene, ha diverse forme ed intensità.
Il viso del ragazzo sembra parlare. Ha gli occhi chiusi e quell'espressione pare stia dicendo "Grazie mamma, bentornata!".

"Solo 5 minuti mi sono allontanata"


Non ho sbagliato, dunque, "bentornata!"

Mi chiedo questo, senza voler far soffrire qualcuno ma, quando questa mamma non potrà più tornare?
Ci sarà qualcuno che si occuperà di lui?
Che lo amerà, non dico in egual maniera e misura, ma che gli vorrà quel bene di cui lui necessita?
Ci saranno i servizi adeguati?
Ci saranno professionisti preparati e pronti?
Ci saranno strutture, diurne o residenziali?
Ci saranno associazioni?

Una mamma, un papà, i genitori, soprattutto di figli con disabilità, devono avere la certezza di poter assicurare al figlio benessere anche quando, la vita, naturalmente, giunge al termine.
E' il desiderio di ogni genitore, legittimo, ancor di più, nei genitori con figli che hanno - per come stanno le cose oggi - "perso la partita quasi in partenza".
Fondo per non auto-sufficienze azzerato.
Servizi mancanti.
Leggi inattuate ed inapplicate.
Scarsa se non poco attenzione al tema della disabilità e del "dopo di noi"

Mi chiedo se la frase di quella madre, così lucida e piena di consapevolezza, venga ascoltata da qualcuno o per l'ennesima volta, cadrà nel vuoto.

Chiara

mercoledì 4 aprile 2012

Ogni giorno..una vita in meno

E' impossibile restare indifferenti.
Ogni giorno che passa si sente parlare di suicidio. E quanti di questi vengono taciuti?

Ho voluto ascoltare il telegiornale, come ogni sera, mentre faccio cena. Questa sera, però, ho faticato ad arrivare alla fine del pasto.
Un imprenditore (come quello che citai in precedenza qui su questo blog) s'è tolto la vita scusandosi con la famiglia, ed a ritrovarlo è stato figlio. Stessa sorte ad un altro uomo, un piccolo artigiano. Nuovamente il figlio a scoprire il corpo di suo padre.

Mi chiedo, come spesso mi ritrovo a fare, perchè?
Mi chiedo se ci vuole coraggio a togliersi la vita, o se ce ne vuole molto di più ad andare avanti?
Mi chiedo, ancora, quanto queste situazioni siano "giuste"?
Mi chiedo, anche, cosa sarebbe od è possibile fare?

Credo che il suicidio sia un gesto estremo. Non voglio entrare nel merito citando sociologi o psicologi, voglio sia solo una mia piccola analisi, appunto, un mio "pensiero sociale".
Un gesto estremo dettato da disperazione. Per esperienza personale, per quello che mi è dato leggere e sentire, alla base di questo c'è disperazione. Non credo sia una giustificazione ma, credo sia una delle cause. E mi rispondo al perchè.

Rispetto al coraggio, a volte mi rispondo di sì, ce ne vuole. Ci vuole molta freddezza per prendere un fucile o sedersi in macchina ed attendere la "fine". Ma quanta razionalità si è giocata in tutto questo?
E se quel coraggio lo si fosse speso per ammettere che avanti non si può più andare e che si ha bisogno di qualcuno? E se ammettere questo fosse il primo passo verso "l'unione fa la forza"?
Credo sia davvero difficile lasciare moglie e  figli ma, restare con loro è ancora più coraggioso e soprattutto più maturo. Consapevolezza, la voglio chiamare, consapevolezza.

La disperazione, che ho citato poco fa, ha davvero poco a che fare con la "giustizia". Ogni giorno sentiamo e vediamo immagini che sono uno schiaffo alla povertà, quindi no, non ci vedo molta giustizia ed equità nella vita di queste persone ma, so, che qualcosa si può fare, ed arrivo a rispondere all'ultima domanda.

Che cosa fare? In parte prima l'ho scritto "l'unione fa la forza". Non limitarsi a guardare il proprio orticello. Non volere che il "mio" fallimento sia anche il "tuo"...

Due potrebbero essere le parole chiave "comunità" e "solidarietà".

Riscoprire il valore della "comunità" della condivisione, della vicinanza e dell'essere insieme, uniti.
Avere uno scopo comune, quello di ri-emergere da questa situazione stagnante ed opprimente.
"Solidarietà", certo, non siamo soli. C'è un "altro" accanto a me, che ha bisogno come me, se non più di me. Perchè dimenticarlo?

E se 1 +1 per una volta non facesse "semplicemente" 2 ma qualcosa di più?

Chiara

martedì 27 marzo 2012

Io che credo nella non - violenza e riesco a sedare una rissa.

Mi ritrovo, una sera, in una via stretta e scarsamente illuminata.
Temevo di essere in ritardo ma, le voci di coloro i quali mi aspettavano, - in lontananza - mi hanno fatto capire che non lo ero.
Ero affamata e stanca ma con tanta tanta voglia di mettermi in gioco, se ho fatto una scelta quella è. E come tale va rispettata.
I minuti passano, la fame (di queste 20 persone) cresce - compresa la mia - la stanchezza di alcuni di loro è palpabile, ed in tutto questo diverse lingue si mescolano, risa e musica di un cellulare per far passare i minuti di attesa. A spezzare l'incantesimo creatosi in quella "diversità" sono state delle urla e degli spintoni. Non riporto le parole esatte ma, quei gesti hanno zittito tutto il gruppo che, in maniera naturale, ha iniziato a sciogliersi quasi a voler osservare meglio lo spettacolo.
Una ragazza italiana ed un ragazzo indiano, entrambi ubriachi e fatti iniziano a gridare, a spintonarsi, ad insultarsi, a riversare la rabbia accumulata durante la giornata (e forse durante la loro vita) l'uno contro l'altro.

E' scattata la rissa, occhi infuocati, odio, tristezza, urla, spintoni ed insulti.
Ed in questi casi, cosa si deve fare? Voi che avreste fatto?


Io non ho potuto fare altro che accendermi una sigaretta (ho notato come sia utile essere fumatrice in determinate occasioni) ed avvicinarmi ai due furibondi litiganti. Entrambi cercano un'alleanza con me ma, io non sono di parte. Io sono lì per tutti e venti.
Mi guardano, mi domandano chi dei due ha ragione, che cosa avrei fatto io al loro posto. Quando è lei a parlare con me, lui urla, e quando sta a lui dialogare con me, è lei che ci sovrasta.
Ho alzato a mia volta la voce per farmi sentire da entrambi, lei non avendo trovato un'alleata si allontana di pochi passi insultandomi, lui invece mi guarda con aria di sfida chiedendomi "ma cosa avresti fatto tu se lei toccare la tua familia, sei insultare tuo paese, se lei mandare a fan***o?".

Mostro a questo ragazzo indiano la mia sigaretta e gli dico "Capisco la tua rabbia, è legittima, hai una maglia che raffigura l'Africa, la tua terra e le tue radici ma, qui in Italia c'è un detto: "vivi e lascia vivere", quindi, sai che cosa puoi fare? Prendi la tua sigaretta (l'aveva in mano) e fumatela, goditela. Io non alzerei mai le mani su nessuno, non ne vale la pena, mi rilassa di più una sigaretta. Fidati che non amo menar le mani, preferisco parlare, come stiamo facendo adesso!"
Il ragazzo mi ha ascoltato, ha preso la sua sigaretta ed è andato sul muretto del campo da calcio a fumarla, a distanza di sicurezza dalla ragazza...mentre lei?

Lei ha osservato la scena come un toro impazzito, non riusciva a stare ferma, mi ha insultata per ancora qualche minuto, avendo perso la battaglia, avendo visto scemare un'occasione per sfogare la sua adrenalina.

E com'è finita?

Questa ragazza, durante la cena è arrivata in sala e ha chiesto al ragazzo "facciamo la pace??" e gli ha dato un bacio sulla guancia. E a me? A me è venuta a dire che il caffè era salito e se poteva berne un pò.

Ho tentato la mediazione senza venire meno a me stessa.

Chiara

giovedì 22 marzo 2012

I bambini con una "D" in più io non li ho mai visti

Bambino. Mi pare che in questa parola non vi sia la consonante "d". Eppure io ho fatto le scuole elementari, medie...e so scrivere, ma come mai nessuno mi ha mai insegnato che, a volte, si può scrivere "bambino" aggiungendo la "d"?

Mi rispondo da sola: non esistono bambini con nessuna D in più, esistono solo bambini. 
Quando ho sentito lo spot pubblicitario della "Fabbrica del sorriso" credevo di non aver sentito bene, di aver capito male...eppure confrontandomi ho appreso che, purtroppo, avevo sentito bene.

Si parla di discriminazione, si parla di inclusione e di integrazione e poi, in televisione, per sensibilizzare la cittadinanza, si punta proprio sulla discriminazione? Non è corretto, non è corretto fare leva sulla "pietà" della gente. 
Credo che nessun genitore di un bambino con disabilità guardi suo figlio e gli veda sulla testa una "d" " a mo" di aureola.  Credo che ogni genitore veda sua figlio solo e semplicemente come suo figlio ed abbia voglia di vederlo crescere sereno, senza stigma e senza discriminazioni. E credo ancora che nessun genitore voglia ricevere soldi che sono stati ricavati attraverso una pubblicità che fa leva sul sentimento della pietà e della compassione.

Non funziona così il mondo, non può funzionare così il mondo. Il mondo deve iniziare a capire che, sebbene ci siano differenze oggettive, quelle differenze sono un punto di partenza e non di arrivo. Che la diversità può solo arricchirci, darci spunti di riflessioni e dare spazio al confronto.

Nessuna D in più, niente di niente.
Siamo tutti persone, persone con la medesima dignità.

Chiara

martedì 13 marzo 2012

E no, al mondo non c'è solo odio ed egoismo, al mondo ci sono tantissime cose belle.

Sennò perchè io mi incanto ogni 2x3?
Al mondo c'è uno splendido fiorellino che nasce dalla roccia, al mondo c'è una mano di un bimbetto che cerca di aggrapparsi al passeggino, al mondo c'è una sigaretta da fumare insieme al primo disgraziato che incontri...al mondo c'è un quadro di Warhol da vedere, al mondo c'è una canzone del Liga che fa saltare anche sul divano (tanto non è tuo), al mondo c'è un cielo azzurro da abbracciare, al mondo c'è un fiume che scorre, al mondo c'è un abbraccio da ricevere, al mondo c'è una carezza che ti sposta i capelli, al mondo c'è una farfalla che ti si posa sui pantaloncini, al mondo c'è una lacrima perchè "grande Dany, ci siamo riusciti", al mondo c'è un angolo per pensare che i miei figli  si chiameranno (poverini loro, ma saranno cazzuti!!) Aria, Magico e Sorriso. E saranno la mia aria, il mio magico ed il mio sorriso.
Ed al mondo c'è un libro da leggere, che ti tiene sveglia perchè "devo sapere come va a finire" e c'è un foglio bianco da scrivere e ti fa impazzire perchè "in questa c**** di casa non prendono appunti??".
Al mondo c'è di bello un quadro appeso sopra la mia testa che mi fa morire dentro ogni volta che lo vedo ma, che mi ricorda che io sono così, e va bene anche testa di c**** come hai detto tu, perchè il mio sangue è il suo. E c'è di bello che io vivo e finchè vivrò sarò ancora lui.

Chiara

giovedì 8 marzo 2012

Uno dei miei tanti "perchè"

Perchè mi sono appassionata alla disabilità tanto da "stravolgere" in corsa la mia Tesi?
Perchè mi sono avvicinata a questo mondo quando io sognavo tutt'altro?
Io ero e sono innamorata del Diritto penale e penitenziario. Io sono legata a quel codice dalla copertina rossa.
E mi devo correggere, perchè mi hanno avvicinata a quel mondo?
Io inseguivo il mio sogno "dalla copertina rossa", non avevo altri elementi.. Conoscevo quell'universo. Ed invece l'università mi prende per la collottola e mi lascia davanti ad un'associazione che si occupa di persone con disabilità.
Mi domando cosa ci faccio lì davanti, cosa si aspettano da me e cosa io possa dare a loro?
La risposta è arrivata presto, quando ho messo piede nell'associazione ed ho iniziato a conoscere mondi, sguardi, mani e difficoltà tutte diverse. E mi domando ancora se sono pronta a far entrare nel mio mondo questa meravigliosa diversità.
La risposta è arrivata quando mi sono resa conto che quello che stavo facendo mi piaceva, stava prendendo sempre più spazio nella mia mente e la curiosità di sperimentarmi cresceva ogni giorno di più.

E' così che io ho imparato a conoscere la disabilità e la disabilità a conoscere me
. Io con un libro, "lei" con un laboratorio al quale partecipavo con tutta me stessa. Era una mutua conoscenza ed un reciproco appassionarci. Un amore che è sbocciato nella maniera più inaspettata e che mi ha portato a lavorare per più di diciotto mesi. A scriverci una Tesi ed ora a volerci scrivere un libro che ho in testa e che, giorno dopo giorno, prende forma. Ha bisogno di trovare un luogo dove potersi sviluppare, un habitat e questo si chiama carta bianca ed una penna o blu o nera. La verde per le correzioni successive.

Prendere coscienza delle motivazioni, prendere atto che non sempre la vita asseconda i propri sogni facendoti capire che, forse, ce ne sono altri latenti è fondamentale.
Ti mette di fronte ad una porta, che mai avresti aperto, ed invece hai dovuto aprirla perchè indietro non ti potevi voltare. O andavi avanti, oppure ne pagavi le conseguenze.
Ed io ho aperto quella porta con così tanti dubbi che neanche li ricordo tutti, ma posso recuperarli nella mia relazione di tirocinio: «Nel momento in cui ho letto che le attività di questa associazione erano rivolte a disabili giovani-adulti mi sono sentita dapprima inadeguata, impaurita e soprattutto ignorante, sotto diversi punti di vista, nei confronti di quel settore e di quelle persone.»

Ed ora so che quella porta mi ha mostrato una strada che voglio continuare a percorre e così farò.

Chiara

lunedì 27 febbraio 2012

Di una mattina al Centro Prelievi e...

Svogliata, stanca ennesimi esami, ennesima coda. 
54 persone.
Attendo con pazienza lo scorrere lento dei numeri sul display. Mi sento osservata.
Una donna davanti a me sta guardando le mie mani ed il mio numero. Le sorrido. 
«Ne abbiamo di gente in coda, in questi posti è sempre così!»
«Sì, basta aspettare un pò!» replico io, i soliti discorsi che lasciano poco spazio a nuove argomentazioni.
Mi alzo, tocca a me, saluto e mi avvicno. Non ci voglio credere mi tocca aspettare altre 45 persone, non sono in completa forma appena mi accorgo che c'è una sedia libera mi ci butto a pesce.Poco dopo si accomoda davanti a me la signora di pochi minuti prima.
«Ma lei è ancora qui?» mi chiede.
«Così pare, eh!?» quasi scherzosa, alla domanda banale. 
«Ma lei, così giovane, carina...che cosa ci fa qui?»
Domanda "curiosa" sono in un Centro Prelievi, che cosa mai dovrò fare? La domanda va oltre, lo so, ma non amo raccontare i fatti miei, i problemi miei. 
Sto poco bene, non ho una faccia che illumina la stanza, quindi...
«Devo vedere com'è la mia situazione!» rispondo, non sapevo cosa dire.
«Eh hai visto questa ragazza?» Chiede la donna bionda alla volontaria che piantona la porta.
Vengo nuovamente fissata, non mi piace essere fissata. 
Spero che il mio numero lampeggi presto.
 
«E' giovane, cosa ci fa qui? E' nel fiore degli anni e deve sbocciare!» Prosegue, sempre rivolgendosi alla volontaria.
 
174. Sì, sono io. Mi alzo e mi avvicino alla porta. Saluto le due donne e la signora bionda mi guarda e mi dice: «Metta su un pò di chili e vada a sciare, è giovane!» 
E scompaio nella stanzina per farmi prendere il sangue, che ha anche un bel colore.

Incontri mattutini che a volte fanno sorridere a volte no, sicuramente stare seduta per ore in Centro prelievi permette di osservare visi, comportamenti, mani ed ascoltare voci. 
Chi legge, chi non si cura di nulla che di se stesso, chi nella confusione non capisce dove andare, le impiegate che non hanno mai pazienza ed hanno fretta di sbrigare il loro lavoro, bimbi che piangono e mamma che li coccolano.

E' il mondo, è vario, è complesso (Morenianamente parlando) non dimentichiamolo.

venerdì 24 febbraio 2012

La prima bevuta ad undici anni

Dall'ottava Relazione annuale al Parlamento sugli interventi realizzati dal Ministero della Salute e Regioni emerge questo dato: il 13,6% dei minori ha consumato alcool fra gli 11 ed i 15 anni.

Il dato si commenta da solo ma, io  trovo opportuno fare una riflessione, personale ed opinabile, come sempre.
Trovo che il bere alcool già ad undici anni sia una sconfitta della nostra società. 

Ricordo i miei 11 anni, dove l'unica voglia che avevo (ed avevamo) era quella di correre ed uscire, non stare in casa neanche se avevamo una punizione da rispettare. L'unica nostra bevanda era l'acqua della fontana. E non sono poi così vecchia..
Cos'è cambiato? E perchè? A cosa non abbiamo prestato attenzione? E' sfuggito qualcosa di mano, oppure è qualcosa davanti al quale dobbiamo rassegnarci?
E cosa fare qualora questa situazione diventerà la prassi?
Perchè sulle sedie del bar dell'Università ho dovuto vedere 5 ragazze in cerchio che, alle 9 del mattino, si passavano un bottiglione di vino bianco preso dal discount poco distante?

Perchè l'alcool è diventato così attraente?

Non riesco a fare altro che pormi domande, non riesco - però - a darmi risposte. O forse ne avrei troppe e tutte troppo amare.
Cosa abbiamo portato via a questi undicenni, che si affacciano alla vita, per non apprezzare più le corse al parco e preferire una bevuta?

Interroghiamoci. Cerchiamo di riflettere su queste cose.
Il domani siamo noi e saranno loro. 

Vogliamo un domani sbronzo o vogliamo un domani che sia in grado di camminare sulle sue gambe senza dover barcollare e puzzare di alcool e stantio?


Chiara

giovedì 16 febbraio 2012

Il sorriso di un anziano

Questo pomeriggio sono uscita per incontrare un'amica. Ero molto felice di vederla, da tempo avevamo deciso di vederci, ed oggi finalmente ci siamo riuscite.

Uscendo dalla porta di casa noto, seduto sul bordo di un'aiuola del mio androne, un signore piegato su stesso. Io che in questi giorni non sto scoppiando di salute, ho subito pensato che avesse bisogno, mi sono vista in lui e mi sono chiesta se fossi io lì piegata su me stessa, qualcuno verrebbe a chiedermi anche solo "ha bisogno di qualcosa?".
Mi avvicino, delicata, vedo il tubo dell'ossigeno. Lo sovrastavo in altezza, mi sono piegata per vedergli il viso, ed ansimava. Gli ho chiesto con dolcezza se potessi fare qualcosa, mi ha indicato il portone. Così ci siamo avviati insieme al portone bianco di casa mia, la figlia lo stava aspettando in macchina.
Lo saluto e mentre sto per incamminarmi verso la mia amica, vedo arrivare una signora che abita nel mio palazzo, anziana anche lei. Torno indietro e riesco a non far chiudere il portone, lo apro per farla passare.
Il viso di questa signora s'è illuminato, mi ha sorriso e con una voce che solo le nonne hanno mi ha ringraziata: "Signorina Lei è sempre così gentile con me, davvero! Grazie, grazie!".
Le ho sorriso a mia volta dicendole che era un piacere e con lo sguardo l'ho poi seguita fino a quando il corridoio non l'ha oscurata.

Questi pochi gesti, hanno dato un sapore nuovo alla bellezza della giornata che sta volgendo al termine. Il sole che era talmente bello, oggi, che è un peccato non averlo abbracciato. Il cielo era così azzurro che donava davvero una sensazione di benessere.

Non ho sprecato tempo, non ho perso nulla, ma ho guadagnato un pizzico di pace nel mio cuore.

Tornando a casa mi sono chiesta se, fra anni, quando io sarò anziana, ci sarà ancora la voglia di prestare attenzione a chi non ha più le forze - perchè ogni ruga del viso è stata una battaglia con la vita - oppure se la frenesia, la fretta e l'individualismo avranno avuto la meglio.

martedì 7 febbraio 2012

Lettera al Ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri

Spett.le Ministro Cancellieri,

sono una giovane laureata che suo malgrado è costretta a vivere a casa di mamma, vedendola uscire di casa tutti i giorni quando, invece, dovrei essere io ad uscire, a sudare ed a "mandare avanti la baracca".
Io non esco di casa perchè un lavoro non ce l'ho. 
Io non esco di casa perchè, non avendo un lavoro, non ho la possibilità di "far girare l'economia" come si sente dire nei salotti televisi. Rinuncio allo shopping, rinuncio al cinema, rinuncio alle uscite il sabato sera e rinuncio alle uscite fuori porta. 
Non vado a pinagere al capezzale di mamma chiedendole i soldi per i miei piaceri ma, per le mie visite mediche, perchè quelle costano, perchè le visite e gli esami specifici "sono fatti soli in determinati centri" mi ha sottolineato il medico specialista, nel suo studio privato. Se non potesse pagarmi quelle visite io non mi potrei curare ma, se avessi un lavoro, sarei ben felice di potermi pagare ciò che devo, sarei ben felice di contribuire allo sviluppo del mio Paese.

Paese che molti ragazzi hanno lasciato. E lasciandolo hanno salutato amici, genitori, casa e tutto quello che per loro è "famiglia", per avere un futuro altrove e facendo crescere - così - quel Paese non il loro.
Noi ragazzi, noi giovani non vogliamo il posto di lavoro vicino a casa di mamma e papà.
Noi ragazzi chiediamo solamente un futuro, un lavoro, una dignità.

"Il lavoro nobilita l'uomo" diceva il saggio.

Chi Le ha detto che i giovani di oggi vogliono la comodità?
Noi chiediamo solo quello ci spetta, quello che spetta a tutti i cittadini. Un lavoro, e qualora questo non possa essere "fisso", chiediamo che le condizioni per accedere al mondo del lavoro, al mercato immobiliare, per poter vederci garantita la pensione, per poter beneficiare della mutua quando ci ammaliamo. Chiediamo la normalità.

Certo in questi anni l'abbiamo persa di vista ma, ma mai dimenticata.
L’Organizzazione mondiale della sanità sostiene che, entro il 2020, la depressione diventerà la seconda causa di invalidità nei Paesi occidentali e non mi stupisco. Quando si è senza prospettive, quando i sogni vengono cancellati sul nascere, quando si vedono mancare le garanzie e quando si legge sui giornali che "saranno i diversamente giovani a mandare avanti il Paese" sì, la depressione iniziare a fare capolino.Questa mia per ricordarLe che non tutti i giovani sono bamboccioni come sono stati dipinti in tempi non sospetti. Per farLe presente che se avessimo le possibilità saremmo anche dall'altro capo dell'Italia per poter lavorare e sentiremmo mamma e papà tramite cellulare. Per sottolinearLe che tutti noi saremo il domani dell'Italia e che se davvero l'attuale Governo in carica lo ha a cuore dovrebbe giudicare meno, riflettere e concretizzare di più.

Concludo ricordando le parole di un giovane cantante: "Da qua se vanno tutti, non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti.. [...] e chi vuole rimanere ma come fa? Ha le mani legate come Andromeda!"

Cordiali saluti,
Una cittadina italiana.

Chiara Biraghi 

lunedì 6 febbraio 2012

Abbiamo perso il senso di responsabilità?

Ogni qual volta accade qualcosa, a questo qualcosa si deve attribuire una causa ed un responsabile.
Forse ci aiuta a farci stare meglio, forse serve per far maturare colui che ha commesso quel terminato ad atto, e penso ai bambini che da piccoli combinano un guaio. E' compito dei genitori fargli capire qual è stato il loro errore e soprattutto farlo ragionare collegando il suo atto alla conseguenza, in tale modo il bambino ragiona, matura e si auspica che non ripeta più quell'errore.

Crescendo cosa cambia? Che meccanismo scatta? Perchè sempre più spesso assistiamo ad uno "scaricamento" di responsabilità anziché sentire sempre più persone che si assumono la loro responsabilità.
E' difficile, ammettere di essere "colpevoli" non è cosa semplice ma, se da piccoli ci è stato insegnato perché non proseguire su quel cammino.
Essere consapevoli delle proprie azioni, comprenderne il significato, accettare le conseguenze non è cosa da poco, però. Permette di crescere ed imboccare un cammino di crescita personale.

Ogni giorno veniamo a sapere che qualcuno non s'è assunto le sue responsabilità, non ha saputo gestire le situazioni e trova, per forza di cosa, un capro espiatorio da offrire per potersi "lavare" la coscienza.
Non scendo nei particolari ma ai telegiornali sentiamo scambi di colpe ed ammissioni di innocenza che, però, hanno causato disagi, stragi e morti. E a chi dire grazie, dunque?

E quando sentiamo di un pregiudicato, di un malato psichiatrico, di un ex detenuto perchè tendiamo a dare la colpa al singolo soggetto anziché al sistema che aveva il dovere di seguire il percorso di questi soggetto, come  quello di tutti noi?
"E' stato lui", "la colpa è sua" ed altri giudizi simili ricadono sul "colpevole" ma, se andassimo a vedere qual è il suo passato, cosa gli sarebbe spettato, di chi è la colpa?

Tutti, dallo Stato al singolo cittadino, sia quando si esercitano funzioni pubbliche sia quando siamo nel privato di casa nostra dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Dobbiamo maturare ed avere sempre più consapevolezza delle nostre azioni e parole.

giovedì 2 febbraio 2012

"Sennet..tiamente" instabile, flessicurezza e posto fisso.

Richard Sennet, sul finire degli anni novanta, scrisse "L'uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale". 
Il sociologo in questione, sposato con la non meno nota sociologa ed economista Saskia Sassen, dobbiamo dire che ha anticipato di qualche anno le dichiarazioni di ieri sera, a Matrix, dell'attuale Presidente del Consiglio Mario Monti.
Lasciamo da parte le varie "battute" che si prestano facilmente ad "il posto fisso è noioso" ma, obiettivamente quando ha detto che "i giovani devono scordarselo" non ha proprio sbagliato mira. Ed anche quando ha sostenuto che i cambiamenti sono una sfida non ha detto una grande castroneria, mettersi in gioco permette di crescere e di conoscersi, comprendere i nostri limiti e sapere cosa e quanto abbiamo da offrire.

E' da vedere cosa, in quell'affermazione ha fatto storcere il naso, ha ferito i giovani ed aizzare i social network.
Siamo un periodo storico dove sarebbe il caso di rispolverare i libri del compianto Keynes, dove le parole "certezza", "futuro", "possibilità" e "progetto di vita" nel vocabolario di molti non esistono, dove il senso di inutilità delle persone è così grande che, spesso, non si ha la sicurezza di essere in vita ma, dei semplici vegetali e questo dovrebbe portarci a riflettere, a ragionare sulle soluzioni e, soprattutto, sfruttare ciò che prima di noi ha fatto "storia":
Se stiamo vivendo una società - per dirla alla Beck "del rischio", per dirla alla Baumann "liquida", dove le certezze sono i dubbi, dove la destrutturazione delle biografie lavorative incide davvero molto sul piatto della bilancia, sarebbe bene se non fondamentale, accompagnare le affermazioni di "addio al posto fisso, spazio al cambiamento ed alla flessibilità" anche alla sicurezza.

Flessicurezza. Appunto.
Si chiede alle persone di essere pronte al cambiamento, di adeguarsi in fretta e di essere flessibili. 
Si chiede di correre dove il lavoro sta (qualora ci sia), senza però dare delle garanzie.
Che ci sia una sicurezza, una certezza, una possibilità di vedere oltre quella coltre nebbiosa.
Forse, i giovani, sono anche capaci di adeguarsi alla flessibilità ma, se questa non è accompagna dalla sicurezza ed misure di politiche attive concrete del lavoro, come fanno i giovani ad accettare queste condizioni?
E chi invece giovane - anagraficamente - non lo è più? Che può fare? 

E le donne?
E le future generazioni (se ci saranno)?
E chi non ha potuto studiare?
E le persone con disabilità?

Non si possono dimenticare così, come se niente fosse, la diversità esiste e dev'essere rispettata. Con le adeguate soluzioni.

Ed ancora vi sono dei lavori in cui il posto fisso è più utile a chi beneficia della prestazione rispetto al lavoratore, e penso ai medici ed ai loro pazienti, penso agli educatori ed assistenti sociali ed ai loro utenti, penso agli avvocati ed ai loro assistiti. A tutte quelle professioni dove, il professionista diventa un punto di riferimento per l'utenza ed il posto fisso diventa, così, garanzia di sicurezza e fiducia.
Poter contare su una persona non è da sottovalutare. La fiducia, la confidenza la relazione tutta non si può costruire con uno schiocco di dita, ha bisogno di tempo e senza il posto fisso c'è il rischio che venga a mancare.

In conclusione dimentichiamo la Weberiana "gabbia d'acciaio" e prepariamoci ad essere elastici, alieniamo  la nostra identità lavorativa  lottatori, auspicando uno scandinavo sistema di Welfare.

«Ma in questo posto di lavoro flessibile, con i lavoratori poliglotti che vanno e vengono a intervalli regolari, e gli ordini che variano profondamente da un giorno all’altro, le macchine sono l’unico vero punto di riferimento, e cosi devono essere tanto semplici da poter essere utilizzate da chiunque. In un regime flessibile, le difficoltà sono contro produttive. Per un paradosso terribile, quando si diminuiscono la difficoltà e la resistenza si creano però anche le condizioni affinché gli utenti lavorino in modo acritico e indifferente».
The Corrosion of character, 1999

Chiara

martedì 31 gennaio 2012

Educazione e comunicazione

Ogni giorno ci relazioniamo con tante e diverse persone. 
Loro, come noi, hanno un carattere ed una sensibilità. Una formazione ed una convinzione.
Quando entriamo in contatto, ossia quando comunichiamo con qualcuno, in gioco ci sono molteplici fattori ed ogni volta possono essere diversi. Dalla voglia di comunicare, alla stanchezza, dal piacere del discorso oppure ancora alla difficoltà che si può incontrare nell'affrontarlo.

Alla base di questa interazione, si questa verbale o non verbale, a mio avviso dev'esserci l'educazione.
Educazione che io intendo come rispetto. Come apertura all'ascolto attivo ed alla comprensione.

Quando lavoravo con una ragazza con disabilità le dicevo sempre, rispetta i tempi di conversazione, cerca di non urlare che tutti - o quasi - abbiamo un buon udito, per quanto puoi (visto che la memoria è buona) ricorda quello di cui si parla e non spezzare il discorso perchè tu hai voglia di iniziarne uno nuovo, c'è tempo tutto.
In sintesi cercavamo di lavorare sull'educazione che si dovrebbe tenere in una conversazione. Ed ogni occasione era buona per potersi sedere e parlare un pò.

Spesso, però, dimentichiamo tutte queste "regole", ci arrabbiamo se il nostro interlocutore non sa cosa rispondere, lo aggrediamo quando la sua idea è diversa dalla nostra, non tolleriamo che una risposta sia incompleta oppure non ci soddisfa appieno. E se verbalmente questo tipo di reazioni sono visibili e valutabili, nella comunicazione scritta, in quella che si usa sui social network, lo sono un pò meno.
Siamo di fronte a delle parole alle quali noi attribuiamo un suono ed un'intonazione ma, quando le parole ci risultano palesemente provocatorie, che fare?
Sicuramente ricordarsi che esiste l'educazione è un'arma affidabilissima.
Rispondere a provocazione con provocazione - forse - non porta da nessuna parte. 

Il meccanismo circolare della comunicazione verrebbe spezzato se ci infilassimo a gamba tesa.
L'educazione, il rispetto, il discernimento ci possono venire in aiuto quando ci troviamo in difficoltà di fronte a queste situazioni.
Il rispetto e l'educazione, però, non vanno confusi con la classica espressione "farsi mettere i piedi in testa", partiamo dal presupposto che tutti hanno un cervello e che sia il nostro che il loro merita considerazione e riguardo. Perciò non dobbiamo nè soccombere nè aggredire ma, dialogare con rispetto ed educazione.

La comunicazione è un potente strumento, cerchiamo di curarlo a dovere prima che si arrugginisca e si finisca col doverlo accantonare e porlo dentro una teca allarmata di qualche museo lasciando tutti con la bocca aperta.

venerdì 27 gennaio 2012

27 gennaio giornata della Memoria.

Il 27 gennaio del 1945 sono stati aperti i cancelli di quello che è diventato l'emblema dello sterminio nazista, i cancelli di Auschwitz.
Non voglio fare un articolo storico ma, doverosa era questa introduzione.

67 anni fa sono stati aperti i cancelli di una prigione, di un campo di sterminio, sono state spalancate le porte della libertà. I prigionieri sopravvissuti sono l'esempio di quello che accadde ed è inutile negare.
Quella libertà cosa sta a rappresentare?
Che un ebreo, un omosessuale, una persona con disabilità ed un qualsiasi essere umano - una persona - deve essere libero, libero di vivere la propria esistenza senza dover essere rinchiuso. Nè da sbarre del pensiero nè da prigioni fisiche. 
La diversità è un valore, il razzismo e qualsiasi altra costruzione del nostro pensiero non deve limitare l'espressione a 360° di una persona, che in quanto tale, ha una dignità che mai dev'essere calpestata.

I campi di concentramento di allora erano luoghi, di terrore, fisici. Il pensiero e le ideologie che minano la libertà di espressione, di essere e di vivere sono in ugual modo luoghi di terrore, astratti. Sono le conseguenze che ne derivano ad essere concrete e questo ci insegna che dal passato non abbiamo appreso nulla.

"Condanniamo" chi ha il colore di pelle diverso dalla nostra, "additiamo" chi ama una persona dello stesso sesso, "allontaniamo" chi ha una qualsiasi forma di disabilità. E di esempi ce ne sarebbero ancora ma, chi è il diverso? Chi è in "errore"?

Non dimentichiamo, non neghiamo e sopratutto non ripetiamo gli orrori / errori di un tempo, costruiamo un domani migliore di accoglienza e di inclusione


Chiara

mercoledì 25 gennaio 2012

Analisi a una (giovane) me stessa

Mi siedo, chiudo gli occhi e cerco di respirare regolarmente affinché il mio respiro sia meno affannoso.
Non corro mai, spesso sono seduta ma, sono in affanno.
Non cerco di immaginare luoghi immacolati, prati verdi o cieli tersi. Voglio soltanto immaginare il nero. Calmare il mio cuore ed i miei polmoni e percepirmi.

Oscillo fra momenti di equilibrio, dove sento il mio mare tranquillo e felice di essere esteso, e fra momenti di inquietudine dove, il mio mare è in tempesta, vorrebbe solo seccarsi e non essere più, mare. Ma terra arida.
Cammino, muovo un passo e sento il vuoto, vi volto e vedo i miei successi che si spengono piano piano, a cosa sono serviti?
Decido di sprofondare nel vuoto, forse, è il luogo adatto a chi, come me, è al mondo ma non ne fa parte. Non sa nulla di quello che è apparenza ma, è sceso in profondità e quello lo rende - per dirlo con le parole di un amico - una scheggia, però si è sempre troppo per poter essere accettati.
Non mi sento uno scheggia avrei voglia solo di poter iniziare il mio cammino ma, sono "mancante", non possiedo le risorse (mentali sì, forse fisiche) per potermi vendere, e sono costretta a rinunciare.

Nessuno si fa domande, tutti restano in silenzio, qualcuno chiede a chi crede mi sia vicino. Ed essendomi vicino non rivelerà.

Queste non sono parole di scarsa autostima, di mancanza di coraggio. Sono parole di assoluta consapevolezza di essere nel mondo sbagliato, di essere l'omino in contromano in autostrada che dà dei "pazzi" a tutti gli altri. Cosa non va in me, in tutti i miei coetanei?

Troverò la mia pace e non sarò più nell'ombra del nulla. 

Chiara