venerdì 13 maggio 2016

"Il peso della valigia"



Nella musica trovo sempre un rifugio, un angolo tutto mio in un mondo che non riconosco e che, talvolta, fatico a comprendere.
Se la musica mi coccola, anche questo blog ha una sua funzione terapeutica!


Occhi azzurri, dita affusolate ed ingiallite dalla nicotina.
90 anni e la sua terra nel cuore.

Cerchietto in testa.
Mani nelle mani.
Sguardi incrociati.


Sento un pò di freddo e tanta umidità, non riesco a non chiedermi come si stia in quella casa la notte...

Toni più accesi, poi velocemente tutto si placa e così per circa un'oretta.
Cosa devo fare? Cosa posso fare?

Aiuto!


Un fil di voce ed un messaggio forte e chiaro.

Non è la risposta alle mie domanda, ma è una parola potente!
Sgretola ogni tipo di sicurezza e di certezza, arriva dritto come un pugno in pancia e ti fa vacillare.
Mi sono sentita impotente per qualche istante, come se avessero innestato lo slow-motion e tutto avesse iniziato ad assumere una forma diversa.
Sento gli occhi bagnarsi ed è lì, forse, che ho ripreso contatto con me stessa ed il contesto.
Grazie ad una persona ho avuto modo di mettere a fuoco quello che stava accadendo: "pensa se avesse chiesto aiuto ad una persona che faceva finta di nulla? Invece ha incontrato te. Il caso non esiste, io ne sono convinta!"

Questo è bastato per farmi sentire cosciente e presente.
E' vero, oggi ed in questi giorni, abbiamo corso, abbiamo pregato, abbiamo spremuto meningi ed ipotizzato almeno una decina di "soluzioni", ma è altrettanto vero che lo sguardo su quel divano e quella mano che si avvicina alla bocca e mi saluta con un "bacio volante" hanno un profondo significato.

"Se vuoi fidati di me!
...dimmi la tua storia...
...dimmi che si ride almeno un pò..."



mercoledì 17 febbraio 2016

"Ciao Scuola sono il Servizio Sociale, mi presento"

"Si è professionisti quando si agisce in scienza e coscienza"

Ho detto questa frase durante un incontro con un gruppo di professori di una scuola secondaria di primo grado, da quel giorno penso e ri-penso a quella frase ed a quelle due ore trascorse insieme a loro. Quel lasso di tempo mi ha davvero arricchito, ma sul momento i sentimenti e le emozioni che provavo erano contrastanti.

Sono fermamente convinta che la Scuola ed il Servizio Sociale debbano lavorare in integrazione, in sinergia e collaborare, ma tutto ciò non è possibile se prima non c'è nè una reciproca conoscenza dei rispettivi ruoli, nè la convinzione che il lavoro in rete possa essere una valida strategia operativa ed un modus operandi.

All' incontro, che come Servizio abbiamo organizzato, erano presenti almeno una decina di professori che, a prima vista, sembravano scarsamente interessati e da alcune domande fatte anche "prevenuti" nei confronti del Servizio Sociale. 
Noi operatori abbiamo proseguito cercando di non farci demoralizzare, ma accogliendo le loro perplessità e cercando di sottolineare l'importanza della collaborazione.
La domanda che ha scatenato poi un dibattito interessante e, per me, arricchente è stata: "ma fattivamente cosa fa il Servizio Sociale?"

Farsi conoscere e far conoscere, avvicinarsi e non restare "nell'ombra" e nel limbo del "loro devono saperlo" o ancora "sicuramente loro lo sanno". 

In un convegno di recente la Prof.ssa E. Allegri ha detto: "apriamo la finestra" e la trovo una bellissima metafora! Apriamo la finestra facciamo entrare e proviamo ad uscire ed a far uscire.

Noi Assistenti Sociali dobbiamo far entrare chi non conosce il Servizio Sociale e mostrarlo, farci comprendere e rendere il nostro operato il più chiaro e limpido possibile, spiegare le nostre azioni ed i nostri pensieri.
Facciamo entrare i dubbi, ma ragioniamo insieme a chi li porta.

Usciamo e andiamo verso quei "territori" dove è fondamentale esplorare, avviciniamoci con spirito di reciproco scambio.

Al termine dell'incontro si è avvicinata un'insegnate che mi ha voluto raccontare una sua esperienza in una classe di 20 ragazzi: "non sapevo come fare, io insegno scienze ed il problema che stava vivendo quel ragazzo di emarginazione e di prese in giro continue in qualche modo lo dovevo affrontare". Ha utilizzato la scienza per passare ai ragazzi un messaggio fondamentale e mi ha chiesto, inoltre, se una situazione come quella che mi aveva esplicitato poteva essere un'occasione per chiedere una consulenza al Servizio Sociale ed avere un confronto o strategie comuni.

Un passo avanti reciproco...verso l'altro, concluso con un "grazie".

mercoledì 20 gennaio 2016

Uno spaccato di vita umana e professionale

Credo che se questo blog (tanto amato, quanto odiato) ha uno scopo deve essere quello di diffondere gioie e dolori, difficoltà e momenti più piacevoli ed aprire le porte su una professione, quella che ho sempre definito la più bella, la mia. L'Assistente Sociale.

Credo tanto nel mio lavoro, ci credo così tanto che quando mi chiedo se sarei in grado di fare altro nella vita mi rispondo di no (peccando forse di presunzione).

In questo post voglio raccontare, come sempre, uno spaccato di vita umana e professionale che da qualche tempo mi accompagna, ma quando riesco a sedermi e scrivere significa che è pronto per essere condiviso.

In un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi mi arriva, fra una telefonata e l'altra, la richiesta di un'indagine sociale su un minore (per dovere non entro nello specifico).
La stampo e la leggo più di una volta. 

"Prego inviare indagine entro il 30 novembre".

La rileggo, non mi faccio congetture od ipotesi, ma prendo un foglio e scrivo quello che da lì ai giorni successivi dovrò fare.
Scrivere le convocazioni al Servizio ai genitori, organizzarmi quelle giornate affinchè lo spazio da dedicare ai colloqui sia adeguato, rileggere la richiesta del Procuratore e, sopratutto, essere pronta. 

Pronta...che poi...chissà mai cosa vorrà dire.

Le storie di vita delle famiglie, i loro cicli di vita, i racconti ed i vissuti ti colgono sempre di sorpresa, impreparata. Non c'è un copione e non c'è una formula magica. 

C'è la professionalità, ci sono i principi etici, ci sono gli spazi ed i silenzi, c'è l'accoglienza ed il congedo.

Il giorno della visita domiciliare concordata mi resterà impresso a vita.

Parcheggio l'auto un poco distante perchè qualche passo a piedi per il paese fa sempre bene, mi spavento per quel solito cane nero che abbaia quando si passa davanti al suo cancello ed arrivo di fronte alla porta di casa.
Suono il campanello e mi apre la mamma del piccolo con un grande sorriso.

Chiedendo "permesso" entro e saluto tutti.
C'è un buon odore in casa, lo riconosco: torta alle mele!

Mi siedo al tavolo, mi presento sia al bambino che al signore accanto a lui, la mamma mi segue poi a ruota nel discorso iniziato (molto leggero e di elogio al bambino per i voti a scuola), però la mia attenzione viene catturata dal bambino. Il suo viso sta diventando piano piano sempre più rosso, cerca di proteggersi con le mani ed all'improvviso scoppia a piangere. 

A questo non ero pronta, forse non lo si è mai! Il pianto di un bambino.
Come lo sentiamo? Come lo gestiamo? Come lo viviamo?

La mamma ed io abbiamo interrotto il discorso e mentre le mi guarda io, forse a ragione, mi sento colpevole di quel pianto. 
Sono un'estranea in casa sua! 
Sono una sconosciuta seduta al suo tavolo!

Cerco di alleggerire la "tensione" accumulata e le mani sul viso si aprono. Io allargo un sorriso e le mani si aprono sul viso, sposto indietro la sedia e porto in avanti il busto e rilancio con una piccola battuta che ha, magicamente, interrotto il pianto.

Ancora rosso in viso mi dice che, prima del mio arrivo, ha preparato con la mamma un torta alle mele per me. Deliziata e riconoscente gli ho chiesto di mostrarla e di poterla assaggiare, ma insieme a lui.

Quanto era buona quella torta, ma quanto amaro il racconto della sua estate appena conclusa.

Non esistono manuali che insegnano a gestire il pianto, non esistono dispense che ci illustrano come entrare nella vita degli altri senza essere "prepotentemente" estranei.

Quello che sicuramente esiste e porto con me sono le emozioni, la passione e la conoscenza del mio ruolo. 
Quelle nessuno le può minare. 

Chiara

martedì 1 dicembre 2015

"Ci sono quelle sere che sono più dure"

Ed eccomi qui, come sempre la sera, davanti allo schermo del mio pc a cercare un pò di conforto in quello che è il mio blog.
Cerco "conforto" perchè qui posso lasciare una mia riflessione, una traccia ed una parte di me, quella che devo tenere stretta.

Il mio lavoro è bello, bello davvero, ma a volte ti trascina via anche l'anima.
Al mattino il sorriso è così radioso che servono gli occhiali da sole per non rimanere accecati, ma ci sono sere in cui ti senti solo più un fiore appassito.
Non mi vergogno a scriverlo e sarebbe inutile negarlo.

Questa è una sera di quelle.
Non voglio e non posso scendere nei particolari, ma dar voce ai miei pensieri ed alla fatica che ha deciso di bussare alla mia porta credo sia doveroso.

Fatica nel pensare e progettare;
Fatica nell'accettare che determinate situazioni sono quelle che hai davanti agli occhi e nessuno, neanche Harry Potter con la sua bacchetta magica, le può cambiare;
Fatica nel credere che ci sia così tanto dolore e così tanto menefreghismo:
Fatica nell'arrendermi che nessuno ha i super poteri, ma solo un cervello, un paio di mani ed un cuore e quelli devono bastare;
Fatica nel guardarsi allo specchio e sperare che il sorriso amaro di quella signora possa aver trovato un istante di sollievo;
Fatica nel rendersi conto che le parole di quel "Dottore" stanno spiegando, davanti ai tuoi occhi, una verità amara da deglutire.

Essere un professionista, per me, significa anche fare i conti con questi stati d'animo e saperli prima affrontare, poi gestire.

Accoglierli con pacatezza.
Osservarli con attenzione.
Farci quattro chiacchiere brutali.
Tenerli accanto come fedeli compagni.

...ci sono quelle sere che sono più dure...





venerdì 20 novembre 2015

Dall'altra "parte"

L'ho sempre sostenuto: se di una determinata "cosa" non si fa esperienza non si può parlare.
Per me è davvero importante scrivere, o parlare, di qualcosa solo se la conosco e la posso argomentare.
Diversamente taccio! Ascolto e cerco, poi, di approfondire il più possibile.

Fatta questa breve premessa, voglio raccontare la mia esperienza di questi 15 giorni da "famigliare di un paziente ricoverato in ospedale".

12 ore di Pronto Soccorso con mia mamma pallida come un cencio e con diversi problemi ben spiegati al momento dell'accesso al Pronto. 12 ore durante le quali nessuno ha chiesto se mia mamma avesse fame, sete, sonno, dolore, anche semplicemente bisogno di una coperta essendo arrivata da casa in pigiama con l'ambulanza.
Chiedere informazioni, anche solo sul proprio codice di accesso, era come chiedere di svelare il segreto di Fatima, solo una tirocinante, che avrà avuto pena di me, mi ha poi detto il colore.
Fatti i dovuti esami, mi rassicuro che mia mamma non passasse la notte in corridoio sulla barella del Pronto e torno a casa. 
Alle 9.30 del giorno mi era stato detto di ripresentarmi e trovo mia mamma in corridoio. 
Perplessa.

Le chiedo se ha mangiato e mi risponde di no!
No?!? Dalle 6 del mattino precedente mia mamma non mangiava, solo un volontario attento e premuroso, una volta saputo che mia mamma non aveva mangiato, le ha portato del te e qualche fetta biscottata.


Alle 16 di quel giorno: ricovero.
La tensione si allenta, mi dicono (così come mi dicono in tanti) che ora sarà tranquilla, controllata, in un ambiente sicuro.
Ci volevo credere e, nonostante tutto, ci voglio credere ancora.

Ospedale, reparto di medicina interna, in Piemonte.

Passano i giorni e le cose non migliorano, appena accennano a migliorare mia mamma cade. Cade poi una seconda volta. 
Chiedo di parlare con il medico di riferimento ed è qui che io passo dall'altra parte.

Sono il famigliare e sono io ad aver bisogno di risposte.
Conosco l'accoglienza e la trovo fondamentale.

Senza presentarsi, ma in piedi sulla porta con la fretta di andare via, vengo liquidata con: diamo tempo al tempo. 

Diritto alle informazioni, all'accoglienza, dare un senso al ricovero di mia mamma, parlare con l'esperto e smettere di avanzare ipotesi da profana e, sopratutto, finirla con i "stai tranquilla" che no0n avevano neanche più l'effetto placebo.

Inizio, da quel giorno, a farmi domande che mi hanno portato a leggere (sì, per la prima volta), il codice deontologico dei Medici e l'articolo 20 così recita: «La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull'individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura».

Quest'oggi nuovo appuntamento dove non vengo nuovamente accolta, mia mamma era presente al colloquio e le dichiarazioni del medico sono andate oltre il limite dell'accettabile. Paragonare i pazienti, paragonare le patologie lo trovo poco professionale, invitare mia mamma e la sottoscritta a "fare un giro nel reparto oncologico perchè lì la gente annaspa" non l'ho trovato solo di cattivo gusto, ma anche maleducato e davvero poco etico.
Ho mantenuto la calma, ma prima di andare ho dovuto specificare a questo medico che: "un giro in reparto me lo sono fatto avendo perso i nonni causa tumori".

Mi sono congedata dando un bacio sulla guancia a mia mamma.

E' vero che non essere il professionista può far sentire più fragili, ma è anche vero che è nel diritto del malato, dell'utente e del paziente non soccombere sotto le dichiarazioni dei professionisti con i quali ha a che fare.


giovedì 1 ottobre 2015

Il racconto di un'immagine

Questa è una di quelle settimane che, sul lavoro, vorrei bruciare tutto e ricominciare daccapo.
Corri di qua.
Cellulare che scotta.
Firma di là.
Dimentica il navigatore ed affidati al tuo senso dell'orientamento.

Insomma: "fermate il mondo che mi gira la testa!"

Poi, però, ci sono frammenti di giornate che vale la pena di ricordare e di raccontare.
Voglio provarci.

«Una mattina qualsiasi, un'Assistente Sociale e la sua collega OSS si stanno confrontando sul signore che è appena uscito. 91 anni, magro, sguardo furbo, carattere un pò burbero con la sua cartellina sotto il braccio, ed infine, il cappello.
Era entrato per avere informazioni riferendo, inoltre, che aveva una visita da fare, ma che sarebbe andato da solo nonostante il dolore.

"Da solo?" si domanda l'Assistente Sociale e pensierosa esterna la sua perplessità alla collega OSS.
Quest'ultima specifica meglio la situazione dell'uomo che, da lì a poco, è rientrato in ufficio al seguito di un altro collega di lavoro.

I tre colleghi invitano l'anziano a sedersi e l'Assistente Sociale cerca di conoscere meglio quel signore che, però, non pare aver voglia di ascoltare, si vede che ha voglia di star "in compagnia", ma non di ascoltare.
Nessuno demorde e l'anziano signore decide di lasciarsi un pò andare, rimanendo contrario alle proposte delle due donne presenti, una seduta di fronte a lui, divisa da una scrivania, e l'altra distante a sufficienza per mostrare "scarso" interesse.
L'Assistente Sociale, quindi, si alza e prende una sedia libera e si siede accanto al signore che, decide di togliere il cappello "almeno per rispetto questo va tolto!"

Dopo averlo poggiato sulle gambe ossute si volta verso la giovane  e le dice: "ah ti siedi vicino a me, nè?!" mostrando un velato sorriso; l'Assistente Sociale, sorridendo a sua volte, risponde: "è giusto che mi sieda accanto a lei, così ci sentiamo e vediamo meglio!".

Il collega OSS, entrato da poco, coglie la palla la balzo e si rivolge al signore dicendo: "sai di dov'è la Chiara?", un cenno del capo ad indicare un ovvio "no" "è di Milano!".
Dopo aver sentito quelle parole si volta verso l'Assistente Sociale e le dice: "ma davvero?? e lo parli ancora il milanese? Io ho lavorato a Milano per 50 anni", "dove abitavi a Milano?".
Una raffica di domande, ma che hanno aperto una porticina, uno spiraglio che non va ignorato.

"Sì, di Milano ed abitavo in via Brioschi, la conosce?" e la sua risposta affermativa un pò fa sorridere il cuore della ragazza .
Il signore ritornando sulla difensiva racconta di non voler andare alla visita, che non gli serve più a nulla, che è "vecchio", che poi diventa buio e non si fida a guidare...

E...se è vero che quello spiraglio non andava lasciato scappare l'Assistente Sociale, dopo aver ascoltato tutte le remore riprende:"ma senta davvero non se la sente di farsi accompagnare a questa visita da lei?" indicando la collega OSS, "io sarei più tranquilla, lei non dovrebbe guidare con il dolore alle gambe, avrebbe compagnia nel viaggio e qualcuno che può aiutarla se il dottore le parla un pò difficile!".

Sarà stata Milano, sarà stata la vicinanza fisica, sarà stato il buon senso del signore o sarà stata la Madunina, ma ha accettato di farsi accompagnare.

Si è alzato dalla sedia sorridendo, salutando...rimettendosi il cappello».

Un tassello di una giornata.
Un cappello che va tolto per rispetto.
La prossemica che la dice lunga.
Milan l'è on gran Milan.
Una giovane donna ed un uomo anziano.
Tre colleghi di un Servizio Sociale.

La quotidianità ed il senso.

lunedì 31 agosto 2015

Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia (L. de' Medici)

Il caro buon vecchio Bob Dylan così diceva: «Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro» ed io, sebbene per alcuni non sono più giovane, bè l'oblò lo tengo ben aperto.

Sono consapevole, però, che tenerlo aperto - nonostante tutto - ha un prezzo. Un prezzo che non tutti conoscono. Che non tutti hanno la (s)fortuna di poter "sperimentare".

Ho attraversato il mare cattivo ed ho "tenuto botta", ho guardato il cielo "nero" ma, il sole poi è tornato e ho pagato caro...è vero. 

Sono sulla soglia dei 30 anni con davvero tanta voglia di fare, di conoscere, di esserci ed essere, ma spesso mi confronto con ragazzi che hanno 7, 6 anni in meno di me e hanno il "terrore" negli occhi.
Non mi limito a ragazzi che studiano Servizio Sociale, parlo di "giovani" che non hanno grandi speranze, non per loro mancanza di capacità (o almeno non tutti).

Siamo in un mondo (in una parte di mondo) che non è pronta ad accogliere giovani, che non sta lottando per garantire loro un futuro, che non prende decisioni difficili, ma sagge, che non si sta rendendo conto di quanto "male" si sta diffondendo.

Lauree appese al chiodo: "Sì, ci siamo conosciute durante il mio tirocinio in casa di riposo durante la laurea in infermieristica", mi dice mentre il rumore - fastidioso - della cassa di un qualsiasi supermercato scandisce la sua velocità. 
Nulla può togliere dignità al lavoro di cassiera, anzi ammiro chi è in grado di sopportare quel ritmo, il caos, le lamentele e non voglio immaginare che altro...ma, a questo punto, perchè studiare 3 o 5 o più anni per poi vedere il proprio sacrificio appeso al muro? (Non dimentico la cultura che per me ha un valore immenso, sia chiaro!)

Lauree appese al chiodo: "E per star nel giro, bè, anche animatore al Centro Estivo va bene". Sicuramente sì, il lavoro da sempre e sempre nobiliterà l'uomo, ma "lo stare nel giro" non ha lo stesso valore del "mi hanno cercata per quello che sono e quello che valgo!!"

Lauree che abilitano, lauree che formano futuri professionisti e che vengono "svendute" con varie forme di "tirocinio formativo", "stage" o non si bene che altro viene proposto al giorno d'oggi per cavalcare l'onda della disperazione.

Giovani (e meno giovani) che hanno desideri, sogni, passione e competenze e che si affannano. Talvolta restano in attesa e si aggrappano a qualcosa che non c'è, ma che viene creato per l'occasione. 

Credo che, arrivati al punto in cui siamo, sia doveroso a partire dall'alto a scendere fino ad arrivare ai singoli cittadini prendere delle decisioni serie e di metodo

Concludo con questa frase: «La più grande tragedia avrà inizio quando i giovani non vorranno più cambiare il mondo»
(Vasile Ghica)


martedì 28 luglio 2015

Una riflessione di "senso" di mezza estate

Ondate!

Le famose ondate che tornano e scompaiono nei tg, a volte, le vivo nella vita quotidiana.
Da mesi, oramai, sento sempre la solita "filastrocca": siamo senza risorse, siamo in difficoltà e quando la coperta è corta...

Tutte affermazioni vere e basta guardarsi attorno per rendersene conto (non voglio scadere sui bollini neri in autostrada etc.etc.etc..), però, come sempre, c'è un "però".

Nei servizi argomentiamo questa realtà?
E come?
Come interagiamo con l'utenza quando le soluzioni pratiche, quelle da cilindro, non sono più "a portata di mano"?
Ci adoperiamo per diffondere la cultura del Servizio Sociale?

Siamo una categoria mal vista e, a mio avviso, scarsamente conosciuta, con un alone oramai incrostato che i mass media ci hanno regalato, ma quello che spesso mi chiedo è:
"Cosa posso fare per smussare questa situazione...nel mio piccolo?"
Un post di facebook non basta, così come non risolve i problemi questo post, ma i miei sforzi quotidiani sì.

Spiegare il nostro ruolo, ma non con termini accademici e da Esame di Stato, parole semplici, ma chiare e precise;

Condividere come lo Stato funziona e come analizzare le notizie che si sentono e leggono che, spesso, fomentano odio e frustrazione;

Spendere 10 minuti in più per dettagliare il procedimento di una pratica ed il funzionamento del proprio ente;

Dare un senso all'importanza degli strumenti e delle tecniche del Servizio Sociale Professionale ed utilizzarle per offrire un sostegno ed ascolto a chi ha bisogno e si rivolge a noi.

Avvicinarsi all'utenza con la correttezza di un professionista, l'umiltà di un essere umano senza dimenticare l'obiettivo ed i principi della professione:

La professione è al servizio delle persone, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità e delle diverse aggregazioni sociali per contribuire al loro sviluppo; ne valorizza l´autonomia, la soggettività, la capacità di assunzione di responsabilità; li sostiene nel processo di cambiamento, nell´uso delle risorse proprie e della società nel prevenire ed affrontare situazioni di bisogno o di disagio e nel promuovere ogni iniziativa atta a ridurre i rischi di emarginazione. (Art 6 Codice Deontologico)



domenica 5 luglio 2015

Una storia da... raccontare

Tempo fa avevo promesso che avrei scritto questa storia di vita e finalmente posso farlo.

In ufficio suona il telefono è la Dottoressa del paese che mi chiama per dirmi di aver detto ad una coppia di suoi pazienti di presentarsi a ricevimento pubblico.
Puntuali, timidi e timorosi entrano nella sala consigliare del Comune, li accolgo con il sorriso e li invito a sedersi.
Lui si toglie il cappello ringraziandomi ed aiuta la moglie a sedersi.
Si accomodano ed io mi presento mentre li osservo.
Lui è un anziano di 90 anni (anche se ne dimostra almeno 10 in meno) che nella vita, oramai, si occupa della moglie che ha a fianco. Lei è magrolina, pallida con i capelli a caschetto bianchi e lucidi.
E' lui a presentare entrambi perchè lei non parla, o parla poco.

Non voglio arrivare subito al punto, devo prima capire che sono a loro agio e lo capisco dal momento che lui poggia la schiena contro la sedia.
Dopo qualche minuto di conversazione leggera chiedo qual è il motivo che li ha portati da me.
La loro richiesta non è subito chiara, lui rialza la schiena ed apre una cartelletta in pelle usurata ed estrae diversi fogli di visite mediche.

"Non è che ci capisco molto, guardi lei".

- Decadimento cognitivo, malattia di Alzheimer, diabete .... -

Quei fogli parlano di lei.
Chiedo, ad entrambi, se sono da soli, dove vivono, come si spostano, come sono le loro giornate.

Hanno un figlio di 40 anni che ha perso lavoro, ma che non si occupa molto di loro: "sa non gliel'abbiamo mai chiesto..."

Chiedo ancora cosa pensano di aver bisogno.
Lui sorride, lei mi osserva e lui mi dice:"non è che c'è da firmare eh!!"
"Nulla da firmare, cerco di capire come possiamo aiutarvi e così facendo presento anche i miei colleghi ed il servizio".

Lui è interessato e curioso, termino il colloquio fissando una visita domiciliare.
Lui ritira tutti i fogli nella sua cartelletta e mentre la chiude mi chiede scusa.

Scusa!?!

"Perchè mi chiede scusa, io la trovo così bella, mi sono sempre piaciute le cose in pelle!"
"Perchè è vecchia, questa borsa ha 50 anni, me la sono fatta da solo! Lavoravo la pelle, io facevo le selle per i cavalli e quando me lo chiedevano facevo anche le borse. Una per me". Anche mia moglie è un'artigiana, ha perso quasi tutta la vista cucendo, ma cosa si poteva fare ai nostri tempi??"

Adoro questi racconti, adoro la delicatezza di quelle mani e quegli sguardi.
Un'educazione di tempi andati e che, chissà, se qualcosa ci hanno lasciato.

Concludo la storia con la visita a casa loro.
Ci accolgono in un giorno di primavera, soleggiato e con cielo terso.

"Abbiamo messo il nostro vestito migliore solo per lei! Quello che ha indosso mia moglie lo ha cucito lei anni fa, quando ancora ci vedeva!"

Ditemi quanto valore ha tutto questo?

Chiara