martedì 27 marzo 2018

Ho superato due o tre mari in tempesta

Sempre, come sempre, la musica mi riprende quando le mattine, le giornate e le serate sono tremende.

Uno dei miei cantanti preferiti, Ermal Meta, canta: 

"Caro Antonello
È una giornata di merda
Ma va tutto bene
In fondo respiro ancora"

Verissimo, caro Antonello, queste giornate sono state davvero "di merda", ma è anche vero che in fondo respiro ancora.
Il mio "mare" lavorativo, in questo ultimo mese, è stato in burrasca ed io non ero pronta ad affrontarlo.

Mi sono sentita travolgere, sommergere, non ho capito tante cose e, nell'immediato, non ho voluto accettarne tante altre, ma è anche vero che mai niente è perduto e che il mio essere resiliente può venire in aiuto.

Che cosa fare per comprendere la situazione?
Che cosa fare per restare a galla e non affondare?
Che cosa per riuscire a salvare quello per cui ho lottato e tutt'oggi lotto?

Parlare! Esprimere! Farmi sentire! Lanciare un "help" e sperare che, quelle persone nelle quali riponi fiducia, ricevano il segnale e ti raccolgano, insieme alle tue paure, la tua rabbia, la tua voglia di mandare tutto all'aria.

"Le parole fanno a gara, ma i fatti tagliano il traguardo" e questo per me è stato fondamentale, vedere tagliare il traguardo, in un mio momento di estrema fragilità, da chi la mia fiducia non l'ha tradita... ha significato tanto. 

Parlare, agire, confrontarsi, aprirsi, essere sinceri è fondamentale, anche sul lavoro. Essere coerenti è necessario.
Ogni giorno siamo pronti, in prima linea,  a cercare di capire i bisogni del cittadino, ma voler capire i bisogni del tuo collega e di chi ti è sottoposto, no quello non è da tutti. Richiede uno sforzo, richiede la volontà di mettersi in gioco e rischiare...e rischiare fa paura, ma quello che c'è dall'altra parte, forse, ne vale la pena.

In questi giorni ho lottato, ho pianto, ho perso il sonno, ho ricevuto abbracci, ho ricevuto messaggi e telefonate inattese, ho incrociato sguardi vuoti, ma altri colmi di speranza e gratitudine.
Il mio mare in burrasca lavorativo, ha messo sotto sopra anche la mia vita personale, ma tutto quello che accade ha un senso, ha un significato e solo adesso...posso ringraziare questa burrasca per quello che mi ha insegnato.

Ed un grazie, sincero e sentito, a chi ha tagliato il traguardo in 52 minuti!

Chiara

domenica 28 gennaio 2018

Che confusione!


Sotto Natale ho deciso che rimettevo mano ad una mia "vecchia" passione: i puzzle.
Siamo al 28 di gennaio e sono molto indietro, a volte scoraggiata, a volte nervosa. 1000 pezzi e sembrano tutti uguali. 

Confusione

La settimana passata ho avuto modo di parlare con diverse persone, quasi tutte mi riportavano lo stesso sentimento, la fatica, lo star dietro a troppe cose, al tenere insieme i pezzi, alla...

Confusione

Una ragazza, guardandomi negli occhi, mi ha detto a chiare lettere: "Chiara non ce la faccio troppe cose, che confusione!!" e si è messa le mani nei capelli ed aveva le lacrime agli occhi.

Io non sono un mago e non posso risolvere i problemi con la bacchetta magica;
Io non posso tornare indietro nel tempo e far scomparire i problemi;
Io non devo far finta di niente e lasciare che le cose accadano o si sistemino da sole.

Confusione

La difficoltà di quella ragazza l'ho sentita forte, decisa ed imperante, però, sia io che quella ragazza abbiamo strumenti e possiamo provare a mettere insieme i pezzi del puzzle, senza fretta, ma con determinazione.

Guardare gli occhi lucidi di quella ragazza e le sue mani pallide affondare nella sua chioma mi ha lasciato un forte amaro in bocca, la sua storia di vita non è semplice ed io sono un "personaggio" che compare in una delle scene, ma ho il dovere di interpretare il mio ruolo al meglio delle mie capacità.
Alla sera, tornando a casa, ho pensato solo a quello. Ai suoi "mille casini" e a come io, alla sua età, ero immersa in un altro mondo e di come adesso, alla mia età ho il dovere di fare quello per cui ho studiato, ho lottato ed in cui credo: il mio lavoro.
Terminata la cena mi sono avvicinata al tavolino ed ho osservato i miei scarsi progressi con il puzzle, ho pensato ai miei pezzi sparsi all'interno della cornice che, con fatica e qualche imprecazione, avevo costruito, ed ai "pezzi" di quella ragazza. 

Ecco... questo possiamo e dobbiamo essere, il nostro lavoro questo può provare a fare.
A fare da base (che si spera il più solida possibile) per unire i pezzi, tutti diversi ed "incasinati" della vita delle persone che, quotidianamente, incontriamo;
possiamo essere una cornice all'interno della quale poter muovere alcuni passi e lasciare, poi, che il resto dei pezzi, una volta incastrati, regali una forma precisa.

Quando si fa un puzzle ci vogliono: tempo, pazienza, voglia e costanza...ecco cosa serve anche nel nostro lavoro!

Chiara


domenica 14 gennaio 2018

"Imparare a pensare a quello che pensiamo per fare ordine dentro" [Cit. Prof.ssa Luigina Mortari]

Di recente ho partecipato ad un ciclo di incontri il cui tema era "la cura".
Ho desiderato fortemente non perdere quello tenuto dalla Prof.ssa Luigina Mortari perchè sia a livello personale che professionale "mi prendo cura".

Quel pomeriggio, insieme a lei, abbiamo riflettuto sulla differenza fra "Iatrike" e "Therapeia" lemmi che derivano dal greco antico ma che, ancora oggi, devono e possono farci pensare. (In inglese la differenza la si può ricercare in  To Cure e To Care).

Io, banalizzando, traduco con: "c'è cura e cura". Esaurire così il pensiero, però, sarebbe troppo facile, ecco che è giusto che mi ri-allacci a Iatrike e Therapeia per approfondire la differenza delle azioni terapeutiche.

Iatrike è intesa come l'azione del medico che pone rimedio alla malattia del corpo, ovvero avere cura degli altri come "corpo" e permettere a quest'ultimo di ritrovare equilibrio, mentre la  Therapiea è intesa come la cura dell'anima, la Therapeia tiene in considerazione contemporaneamente la dimensione spirituale dell'uomo sia quella più concreta, il corpo.

Questo, però, è sufficiente? 

Si può andare anche oltre con Epimeleia parola del greco antico che sta a indicare l'azione di cura che coltiva l’"essere" per farlo fiorire. Epimeleia è la risposta che viene data al bisogno di orizzonti di senso, così come ci dice la Prof. Mortari: "aver cura di sé per disegnare di senso la trama del proprio tempo, significa consentire all’essere di nascere all’esistenza".

Platone (Repubblica I, 241e) ci ricorda che l'essere umano (il nostro corpo) è vulnerabile e può "incepparsi" e va, quindi, curato, ma in tutte le forme dalle cura, compresa Epimelia, così come faceva Socrate; il filosofo curava l'anima, ovvero faceva fiorire l'essere dell'altro. In altri termini? Socrate non insegnava, ma educava
Educare equivale ad aver cura delle persone, che possano sviluppare la loro l'umanità.

Come "esseri umani" nasciamo con la preoccupazione di esistere (la Prof. Mortari ricorda che: "si nasce appesantiti dalla preoccupazione di esistere"), il peso di "esserci". Noi siamo "problemi "perché ci interpelliamo sul senso delle cose. 

Che cosa bisogna fare, quindi, per dare senso alla vita?

La risposta nuovamente la dà la Prof. Mortari quando dice: "Senza la cura di me io non posso realizzare me stesso, la vita è fatta di tempo e la peggior cosa è l'incuria del tempo che passa!"


Chi "cura" (nel senso più ampio del termine) è capace di attenzione verso l'altro, ha senso di responsabilità e prova compassione, ovvero "sente" il dolore dell'altro senza esserne indifferente. Questo concetto rimanda ad un tema molto caro ai professionisti della cura e dell'aiuto quello dell' "Empatia". Provare empatia significa capire con la mente come l'altro si sente, profondamente, senza  però farsi invadere, diversamente esauriremmo lo spazio a nostra disposizione e ci bruceremmo!


Quando ci si prende "cura" di una persona non bisogna limitarsi alla semplice medicina, oppure alle cure naturali, è importante ricordarsi che anche le parole sono importanti, perché siamo esseri pensanti ed ogni parte del nostro corpo va in ugual modo "curata", in egual misura deve avere attenzione.  Suggerisco a tal proposito "Le parole della cura" di U. Curi
Il caro e buon vecchio Franco Battiato tutto questo lo aveva capito bene quando compose "La cura"

"Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
Dalle ossessioni delle tue manie"


mercoledì 1 novembre 2017

La "Sisifo" dei giorni miei

"Sì, Chiara, ma che fatica!"

E' da giorni che mi gira in testa questa frase detta da una mamma durante un colloquio.

Quelle parole mi sono arrivate dritte, precise, senza troppi "merletti". 
In quel momento ho sentito come mi dessero in mano un enorme masso. Certo! Impossibile da sorreggere. Come fare per poter liberare le mani da quel peso?


Mi sono sentita come Sisifo (figura della mitologia greca) ed, in una frazione di secondo, ho immaginato quella donna esattamente come lui per tutto quello che ha passato e sta, ancora, passando. Non appena arriva in cima al monte con il suo masso, inevitabilmente, rotola alla base.


Una donna, davanti a me, che giustamente e sapientemente, ha voluto con-dividere con me il suo stato d'animo. La sua fatica, la sua storia di vita, i suoi sforzi e quel masso che, sovente, le fa ricominciare tutto daccapo.

Mi sono chiesta, in quel momento, che cosa potevo fare io per poter alleviare quella fatica e quella pesantezza.
La cosa più onesta che potessi fare!

Restituirle il dato di realtà.

Da quando la conosco, circa due anni, è riuscita ad avere un lavoro (non quello della vita, non quello sognato e non quello che ti permette di "respirare"), una casa, una macchina (vecchiotta, ma il suo dovere lo fa) ed ora può curarsi.
Può sembrare poco, ma da dove siamo partite...bè quello che ha conquisto è l'oro olimpico.

Abbiamo messo mano tante volte ai vari tasselli del puzzle, li abbiamo analizzati uno ad uno per prendere confidenza e capire quale fosse quello giusto per poter iniziare a costruire.
In alcune occasioni i toni si sono anche accesi perchè tutto sembrava "impossibile", ma alla base - e non del monte, ma di quella donna - c'è determinazione e, sopratutto, un obiettivo.

Con lei ho condiviso parte del suo cammino, sono entrata nel suo mondo e spesso l'ho dovuta portare in questo, ma concordo con uno dei miei cantanti preferiti quando canta...

"Ogni male è un bene quando serve
Ho imparato anche a incassare bene [...]
E quando sulla schiena hai cicatrici
E lì che ci attacchi le ali"

Chiara

lunedì 4 settembre 2017

Essere mamma...è bello!

"Essere mamma è bello!" così inizia un post scritto da una mia amica e collega Assistente Sociale, Elisa Bianchi

"Essere mamma è bello" ed io inizio a leggere il suo post convinta di leggere parole dolci e di incoraggiamento alla maternità, invece mi trovo davanti ad una lucida analisi di quella che è la realtà di oggi. Ho terminato il suo scritto sconfortata e dispiaciuta e non solo perchè è Elisa, ma perchè mi chiedo quante "Elisa" ci siano e quante siano le loro fatiche, le loro battaglie quotidiane e quanta la loro forza per reagire ed essere il "motore che muove il mondo", o così almeno credo io!

Elisa ha avuto il coraggio e la voglia di mettere nero su bianco i suoi sentimenti e quella che è la sua realtà ed è per questo che merita di essere pubblicata e letta da più persone possibile, insieme alle parole di Tito Boeri che il 5 luglio scorso ha dichiarato: «il reddito potenziale delle donne lavoratrici subisce un calo molto accentuato pari a -35% nei primi due anni dopo la nascita del figlio, soprattutto fra le donne con un contratto a tempo determinato, perché provoca lunghi periodi di non-occupazione. Le madri sono anche "vittime" del precariato. Non sorprende perciò constatare come la crisi abbia fortemente ridotto le nascite -20% nel Nord del paese. I costi della genitorialità - ha aggiunto Boeri - potrebbero essere fortemente contenuti non solo rafforzando i servizi per l'infanzia, ma anche e soprattutto promuovendo una maggiore condivisione della genitorialità».

Vi lascio alla lettura senza aggiungere altro.

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Essere mamma...è bello! essere (neo) mamma lavoratrice....un po'meno. 
Quando scopri di essere incinta, hai quasi timore a comunicarlo a lavoro; lo fai come se dovessi giustificarti per la tua "condizione", ti pare di essere anche un po' stronza a non avere reso partecipe il tuo datore di lavoro di quanti potenziali rapporti a rischio hai avuto nel periodo fertile. 
Ok, vai in maternità. Inizi ad approcciarti alle simpatiche signore del Patronato per le varie pratiche. In coda, in piedi, fuori dagli uffici dal mattino presto perché ti hanno detto che fanno passare solo 15 persone. Che vuoi che sia un'ora e mezza di coda?Si, prova a farlo con un peso costante sulla vescica e la carenza da zuccheri della mattina!
Comunque ora sei a casa, puoi goderti in tutto relax la tua gravidanza. Ok, è passato un mese e ti sei già un po' stufata di incontrare lo stesso vecchietto al parco, le tue amiche lavorano, maledici il fatto di non avere un cane da portare a passeggio almeno due volte al giorno. Ikea ti viene in soccorso e così rivoluzioni casa, tipo che dal mattino alla sera il tuo compagno di rientro da lavoro si trova una stanza in più in casa. 
Arriva il tanto atteso giorno, è nato. Sei mamma. È la cosa più bella che tu abbia mai visto ma pensi "mai più nella mia vita, grazie!" 
La tua liason con le gentili signore del Patronato non si è ancora conclusa. Entro 3 mesi del pupo devi correre per prorogare la maternità. Chiami, appellandoti alla comprensione, chiedendo un appuntamento in modo da evitare la coda di cui sopra, al freddo di dicembre, con un neonato. Ti dicono che non possono farci nulla, "signora, deve essere lei a organizzarsi!" Rimandi almeno 3 volte: la prima perché consapevolizzi che al mattino non hai una vita fuori dal pigiama e la tetta pronto uso, la seconda perché ti sono ricomparse le emorroidi da parto (anche se ti chiedi se mai ti avessero lasciata) e non riesci a stare seduta, la terza ti vesti, vesti il pupo, lo cambi, carichi passeggino e ovetto in macchina, lo cambi-nuovamente-, arrivi mezz'ora prima dell'apertura, ti senti estremamente figa. Sbagli giorno.
Nei mesi successivi, dai fondo a tutte le tue ferie e permessi perché con il 30%dello stipendio ci fai ben poco.
Arrivi al settimo mese del bimbo e decidi di rientrare a lavoro. Ti autoconvinci che va bene così, che è giusto così, che si è adattato benissimo a stare coi nonni. Ma dentro te hai un magone che manco il primo giorno di scuola. Devi farlo però....la tua posizione da precaria ti mette nella posizione di dovere dimostrare anche in questa occasione quanto tu sia contenta di lavorare e pronta, prontissima per farlo!
Al mattino piangi, ma lo fai in bagno, di nascosto e velocemente, perché mentre ti lavi i denti hai il pupo sulla sdraietta che urla e richiede le tue attenzioni. Arrivi a lavoro, scompigliata come se ti fossi appena alzata da una notte di sesso. Non è proprio così. Il pupo sta mettendo i dentini e ci ha tenuti svegli quasi tutta la notte. Ma va bene, riusciamo ad alternarci bene- confidi alla collega, di fronte al tuo decimo caffè della giornata.
Le giornate passano tra la lotta a concentrarti in ciò che fai e i video/foto che i nonni mandano sui gruppi Whatsapp di loro con il pupo: in bici, al parco, sul prato, a passeggio, mentre fa la pappa e la nanna. Esci da lavoro, vai a recuperarlo dai nonni, i quali ti fanno il resoconto di ogni funzione corporale espletata dal cucciolo. Torni finalmente a casa e iniziano le "calde ore serali": gioco, bagnetto, pappa, preparazione cena, cambio pannolo, nanna, cena-la tua-finalmente. 
In tutto questo periodo da ricovero in Casa di cura, a lavoro pensano bene di fare un concorso. Sai che è la tua grande occasione per regolarizzare finalmente la tua posizione. Riprendi a studiare. Si, fallo con un pupo bisognoso di attenzioni che stai ancora allattando. Ogni frazione di tempo libero studi, le "pause siga" di una volta sono sostituite dalle poppate, hai bava e briciole tra le pagine-strappate -dei libri. 
Affronti le prove a testa alta, stringendo stretto il pennarello blu con cui giocavi con il piccolo mentre ripassavi il giorno prima. 
Non va come sarebbe dovuto andare per avere determinate garanzie. D'altronde, a chi era seduto dall'altra parte della scrivania -giustamente- non importa che hai passato le notti in bianco, che sei talmente prosciugata dalla stanchezza che non riesci a memorizzare le nozioni come da manuale, che hai ripreso da poco a lavorare ed è ancora tutto così strano...
In un attimo ti ritrovi a ricoprire il cliché della giovane madre che ritorna dalla maternità... e non ha più il lavoro. E tu, che fino ad ora ne avevi solo sentito parlare da persone lontane da te, ti rendi conto di quanto punga questa situazione. 
Ti vengono proposte alternative e capisci come, dopo un figlio, le tue valutazioni sulle proposte lavorative cambino. Ti vergogni, perché non sei mai stata così, eppure ora il primo elemento che valuti è la distanza dal luogo di lavoro. Ti scopri andare su Google Maps per calcolare il percorso casa-lavoro. Anzi no, ti viene spontaneo inserire quello lavoro-casa, perché pensi subito quanto ti ci vorrà a ritornare dal tuo bimbo a fine giornata lavorativa. Non osi fare parola con nessuno delle tue perplessità perché tu hai già "l'handicap" di avere un bimbo piccolo, non puoi permettertelo !
Io credo davvero che una madre all'interno di un'azienda sia un valore aggiunto e non un deficit, come spesso viene vista. Diventando mamma acquisisci una capacità di problem solving, di essere multitasking, di empatia, di solidità...che dovrebbe esserci la voce "mamma" sul cv. Purtroppo penso che fino a che la domanda "pensa di avere figli?" a colloquio di lavoro, scaturirà sudori freddi nella candidata di turno (perché non viene chiesto ad un candidato...) le politiche sociali italiane dovranno fare i conti con l'ignoranza, la mancanza di visioni lungimiranti e l'inevitabile mancanza di crescita economica.
Amare il proprio lavoro ed avere una famiglia è davvero così utopia?


giovedì 24 agosto 2017

Quando "staccare la spina" serve davvero

Dopo soli 2 -3 giorni di vacanza sono stata poco bene, mi sentivo come se avessi la febbre, ero stanchissima e riuscivo solo a dormire.

Ho passato gli ultimi mesi a correre, sotto pressione e di notte dormivo poco.
Sono arrivata al 14 luglio letteralmente "sui gomiti", ero così stanca che non avrei retto neanche un'ora di lavoro in più; il cervello ero saturo, il corpo era accartocciato, gli occhi erano gonfi ed il mal di testa non passava, martellava e martellava.

Ero carica a molla, sapevo di dover andare e la mia molla scattava, però...però sapeva di avere una scadenza il 14 luglio.

Sono partita il 14 luglio alle 23.30 con solo due ore sonno e andava bene così, dovevo solo chiudere tutto alle mie spalle, fuggire e spegnere ogni cosa, compresa la mente.
Ossigeno, iodio, tranquillità e libertà.

Avevo 15 giorni per capire cosa non aveva funzionato negli ultimi mesi, o quanto meno metterlo a fuoco, perchè cosa non stava funzionando lo avevo ben chiaro, ma non sapevo come mettere un freno!

Un'idea! Prima di ogni cosa: "downshifting" che letteralmente significa "scalare la marcia" e  così ho fatto. Avevo i pensieri sempre in circolo ma, ho pagato cara la conseguenza di questo rallentare, o meglio dell'aver corso troppo...prima.
Sono stata poco bene, ho sentito calare l'adrenalina ed aumentare la spossatezza, la stanchezza ed il sonno arretrato.

Non è giusto! Non era giusto e, devo imparare e capire che, non sarà giusto!

Il mio lavoro è un di cura, cura intesa come benessere, come autonomia, come cambiamento e come attenzione. La domanda, a questo punto, è: chi si prende cura di chi si prende cura? Domanda sicuramente già sentita e banale, la cui risposta, però, non lo è.

Ho scelto un lavoro interessante, dinamico, delicato, ma che richiede la giusta dose di "comprensione del sè ed i propri limiti", e quanto è troppo è troppo. E' importante riconoscere che è "troppo" e mettere un freno, mettere in atto il downshifting e rallentare.
Nessuno di noi è un super eroe, vorremmo tanto, ma siamo umani, con limiti e risorse e se vengono meno queste ultime e non sappiamo riconoscere i primi, abbiamo certamente fallito. Non possiamo svolgere il nostro lavoro se siamo sull'orlo del burn out, se bruciamo, non siamo come il fuoco che scaldiamo od illuminiamo, ma ci facciamo e facciamo del male.

Sono un operatore sociale, un'assistente sociale, ma sono anche una figlia, una donna, una compagna, un'amica ed una sorella ed il mio vissuto personale non deve inficiare il mio lavoro e quest'ultimo non deve essere "la mia vita", perchè c'è un tempo per...




martedì 24 gennaio 2017

La pazienza

"Quanta pazienza", "santa pazienza", o ancora "sto perdendo la pazienza!"

Quante volte utilizziamo queste espressioni? Ed ancora quante volte siamo vittime di chi la pazienza la "perde", oppure siamo chi cerca di aggrapparsi anche a quel briciolo di pazienza che gli resta?

Nel vocabolario Treccani si legge: "paziènza (ant. o region. pacènza, pacènzia, paciènza) s. f. [dal lat. patientia, der. di patiens -entis «paziente»]. –  Disposizione d’animo, abituale o attuale, congenita al proprio carattere o effetto di volontà e di autocontrollo, ad accettare e sopportare con tranquillità, moderazione, rassegnazione, senza reagire violentemente, il dolore, il male, i disagi, le molestie altrui, le contrarietà della vita in genere".

Voglio partire da questa definizione perchè, di recente, quella disposizione d'animo l'ho persa, mi è sfuggita di mano in un contesto poco adeguato ma, ne sono certa, per una buona causa. Il mio agire professionale.

Ogni giorno combattiamo affinché il "nostro" operato sia rispettato e riconosciuto, per far in modo che la nostra professione non venga nè vissuta nè interpretata erroneamente, ma sappiamo anche che ci scontriamo contro grandi muri che, ancora oggi, sono difficili da abbattere.
Ecco, forse, in alcuni casi, non soccombere, non lasciarsi sopraffare e - con valide argomentazioni - sostenere la propria posizione permette di dimostrare che la professione di Assistente Sociale non è inferiore a qualsiasi altra. 

In una conversazione telefonica, pochi giorni fa, ho avuto il (dis)piacere di dover constatare quanto la mia professione ancora non sia compresa e conosciuta e quanto altre, invece, si sentano in diritto di inveire, giudicare e criticare e non in maniera costruttiva.

L'articolo 10 del Codice Deontologico dell'Assistente sociale recita così: "L´esercizio della professione si basa su fondamenti etici e scientifici, sull'autonomia tecnico-professionale, sull'indipendenza di giudizio e sulla scienza e coscienza dell´assistente sociale. L´assistente sociale ha il
dovere di difendere la propria autonomia da pressioni e condizionamenti, qualora la situazione la mettesse a rischio". 
Avere autonomia (su una determinata situazione) significa anche assumersi responsabilità (tecnica) e questo, quindi, comporta avere autonomia durante tutto il processo di aiuto, senza dimenticare sia la partecipazione delle persone in ciascuna delle fasi sia la collaborazione con gli altri colleghi, che come ricordano Bianchi E. e Filippini S., "naturalmente ciascuno per il proprio ruolo e sfera di competenza" (Le responsabilità professionali dell'assistente sociale, 2013, p.39).

Io ho difeso la mia sfera di competenza, il mio agire professionale e, di fronte ad urla e parolacce che poco si addicono ad un professionista, ho perso la pazienza alzando il tono della voce. Ho provato ad usare le "buone", ma a poco è servito. Non tolleravo più nè la maleducazione nè lo scarso riconoscimento del lavoro svolto, con alle spalle un preciso mandato istituzionale e professionale.

Mi è stato detto, da una persona più saggia di me, "Chiara quando ci vuole...ci vuole!" e ci voglio credere!

venerdì 13 maggio 2016

"Il peso della valigia"



Nella musica trovo sempre un rifugio, un angolo tutto mio in un mondo che non riconosco e che, talvolta, fatico a comprendere.
Se la musica mi coccola, anche questo blog ha una sua funzione terapeutica!


Occhi azzurri, dita affusolate ed ingiallite dalla nicotina.
90 anni e la sua terra nel cuore.

Cerchietto in testa.
Mani nelle mani.
Sguardi incrociati.


Sento un pò di freddo e tanta umidità, non riesco a non chiedermi come si stia in quella casa la notte...

Toni più accesi, poi velocemente tutto si placa e così per circa un'oretta.
Cosa devo fare? Cosa posso fare?

Aiuto!


Un fil di voce ed un messaggio forte e chiaro.

Non è la risposta alle mie domanda, ma è una parola potente!
Sgretola ogni tipo di sicurezza e di certezza, arriva dritto come un pugno in pancia e ti fa vacillare.
Mi sono sentita impotente per qualche istante, come se avessero innestato lo slow-motion e tutto avesse iniziato ad assumere una forma diversa.
Sento gli occhi bagnarsi ed è lì, forse, che ho ripreso contatto con me stessa ed il contesto.
Grazie ad una persona ho avuto modo di mettere a fuoco quello che stava accadendo: "pensa se avesse chiesto aiuto ad una persona che faceva finta di nulla? Invece ha incontrato te. Il caso non esiste, io ne sono convinta!"

Questo è bastato per farmi sentire cosciente e presente.
E' vero, oggi ed in questi giorni, abbiamo corso, abbiamo pregato, abbiamo spremuto meningi ed ipotizzato almeno una decina di "soluzioni", ma è altrettanto vero che lo sguardo su quel divano e quella mano che si avvicina alla bocca e mi saluta con un "bacio volante" hanno un profondo significato.

"Se vuoi fidati di me!
...dimmi la tua storia...
...dimmi che si ride almeno un pò..."



mercoledì 17 febbraio 2016

"Ciao Scuola sono il Servizio Sociale, mi presento"

"Si è professionisti quando si agisce in scienza e coscienza"

Ho detto questa frase durante un incontro con un gruppo di professori di una scuola secondaria di primo grado, da quel giorno penso e ri-penso a quella frase ed a quelle due ore trascorse insieme a loro. Quel lasso di tempo mi ha davvero arricchito, ma sul momento i sentimenti e le emozioni che provavo erano contrastanti.

Sono fermamente convinta che la Scuola ed il Servizio Sociale debbano lavorare in integrazione, in sinergia e collaborare, ma tutto ciò non è possibile se prima non c'è nè una reciproca conoscenza dei rispettivi ruoli, nè la convinzione che il lavoro in rete possa essere una valida strategia operativa ed un modus operandi.

All' incontro, che come Servizio abbiamo organizzato, erano presenti almeno una decina di professori che, a prima vista, sembravano scarsamente interessati e da alcune domande fatte anche "prevenuti" nei confronti del Servizio Sociale. 
Noi operatori abbiamo proseguito cercando di non farci demoralizzare, ma accogliendo le loro perplessità e cercando di sottolineare l'importanza della collaborazione.
La domanda che ha scatenato poi un dibattito interessante e, per me, arricchente è stata: "ma fattivamente cosa fa il Servizio Sociale?"

Farsi conoscere e far conoscere, avvicinarsi e non restare "nell'ombra" e nel limbo del "loro devono saperlo" o ancora "sicuramente loro lo sanno". 

In un convegno di recente la Prof.ssa E. Allegri ha detto: "apriamo la finestra" e la trovo una bellissima metafora! Apriamo la finestra facciamo entrare e proviamo ad uscire ed a far uscire.

Noi Assistenti Sociali dobbiamo far entrare chi non conosce il Servizio Sociale e mostrarlo, farci comprendere e rendere il nostro operato il più chiaro e limpido possibile, spiegare le nostre azioni ed i nostri pensieri.
Facciamo entrare i dubbi, ma ragioniamo insieme a chi li porta.

Usciamo e andiamo verso quei "territori" dove è fondamentale esplorare, avviciniamoci con spirito di reciproco scambio.

Al termine dell'incontro si è avvicinata un'insegnate che mi ha voluto raccontare una sua esperienza in una classe di 20 ragazzi: "non sapevo come fare, io insegno scienze ed il problema che stava vivendo quel ragazzo di emarginazione e di prese in giro continue in qualche modo lo dovevo affrontare". Ha utilizzato la scienza per passare ai ragazzi un messaggio fondamentale e mi ha chiesto, inoltre, se una situazione come quella che mi aveva esplicitato poteva essere un'occasione per chiedere una consulenza al Servizio Sociale ed avere un confronto o strategie comuni.

Un passo avanti reciproco...verso l'altro, concluso con un "grazie".

mercoledì 20 gennaio 2016

Uno spaccato di vita umana e professionale

Credo che se questo blog (tanto amato, quanto odiato) ha uno scopo deve essere quello di diffondere gioie e dolori, difficoltà e momenti più piacevoli ed aprire le porte su una professione, quella che ho sempre definito la più bella, la mia. L'Assistente Sociale.

Credo tanto nel mio lavoro, ci credo così tanto che quando mi chiedo se sarei in grado di fare altro nella vita mi rispondo di no (peccando forse di presunzione).

In questo post voglio raccontare, come sempre, uno spaccato di vita umana e professionale che da qualche tempo mi accompagna, ma quando riesco a sedermi e scrivere significa che è pronto per essere condiviso.

In un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi mi arriva, fra una telefonata e l'altra, la richiesta di un'indagine sociale su un minore (per dovere non entro nello specifico).
La stampo e la leggo più di una volta. 

"Prego inviare indagine entro il 30 novembre".

La rileggo, non mi faccio congetture od ipotesi, ma prendo un foglio e scrivo quello che da lì ai giorni successivi dovrò fare.
Scrivere le convocazioni al Servizio ai genitori, organizzarmi quelle giornate affinchè lo spazio da dedicare ai colloqui sia adeguato, rileggere la richiesta del Procuratore e, sopratutto, essere pronta. 

Pronta...che poi...chissà mai cosa vorrà dire.

Le storie di vita delle famiglie, i loro cicli di vita, i racconti ed i vissuti ti colgono sempre di sorpresa, impreparata. Non c'è un copione e non c'è una formula magica. 

C'è la professionalità, ci sono i principi etici, ci sono gli spazi ed i silenzi, c'è l'accoglienza ed il congedo.

Il giorno della visita domiciliare concordata mi resterà impresso a vita.

Parcheggio l'auto un poco distante perchè qualche passo a piedi per il paese fa sempre bene, mi spavento per quel solito cane nero che abbaia quando si passa davanti al suo cancello ed arrivo di fronte alla porta di casa.
Suono il campanello e mi apre la mamma del piccolo con un grande sorriso.

Chiedendo "permesso" entro e saluto tutti.
C'è un buon odore in casa, lo riconosco: torta alle mele!

Mi siedo al tavolo, mi presento sia al bambino che al signore accanto a lui, la mamma mi segue poi a ruota nel discorso iniziato (molto leggero e di elogio al bambino per i voti a scuola), però la mia attenzione viene catturata dal bambino. Il suo viso sta diventando piano piano sempre più rosso, cerca di proteggersi con le mani ed all'improvviso scoppia a piangere. 

A questo non ero pronta, forse non lo si è mai! Il pianto di un bambino.
Come lo sentiamo? Come lo gestiamo? Come lo viviamo?

La mamma ed io abbiamo interrotto il discorso e mentre le mi guarda io, forse a ragione, mi sento colpevole di quel pianto. 
Sono un'estranea in casa sua! 
Sono una sconosciuta seduta al suo tavolo!

Cerco di alleggerire la "tensione" accumulata e le mani sul viso si aprono. Io allargo un sorriso e le mani si aprono sul viso, sposto indietro la sedia e porto in avanti il busto e rilancio con una piccola battuta che ha, magicamente, interrotto il pianto.

Ancora rosso in viso mi dice che, prima del mio arrivo, ha preparato con la mamma un torta alle mele per me. Deliziata e riconoscente gli ho chiesto di mostrarla e di poterla assaggiare, ma insieme a lui.

Quanto era buona quella torta, ma quanto amaro il racconto della sua estate appena conclusa.

Non esistono manuali che insegnano a gestire il pianto, non esistono dispense che ci illustrano come entrare nella vita degli altri senza essere "prepotentemente" estranei.

Quello che sicuramente esiste e porto con me sono le emozioni, la passione e la conoscenza del mio ruolo. 
Quelle nessuno le può minare. 

Chiara