lunedì 4 settembre 2017

Essere mamma...è bello!

"Essere mamma è bello!" così inizia un post scritto da una mia amica e collega Assistente Sociale, Elisa Bianchi

"Essere mamma è bello" ed io inizio a leggere il suo post convinta di leggere parole dolci e di incoraggiamento alla maternità, invece mi trovo davanti ad una lucida analisi di quella che è la realtà di oggi. Ho terminato il suo scritto sconfortata e dispiaciuta e non solo perchè è Elisa, ma perchè mi chiedo quante "Elisa" ci siano e quante siano le loro fatiche, le loro battaglie quotidiane e quanta la loro forza per reagire ed essere il "motore che muove il mondo", o così almeno credo io!

Elisa ha avuto il coraggio e la voglia di mettere nero su bianco i suoi sentimenti e quella che è la sua realtà ed è per questo che merita di essere pubblicata e letta da più persone possibile, insieme alle parole di Tito Boeri che il 5 luglio scorso ha dichiarato: «il reddito potenziale delle donne lavoratrici subisce un calo molto accentuato pari a -35% nei primi due anni dopo la nascita del figlio, soprattutto fra le donne con un contratto a tempo determinato, perché provoca lunghi periodi di non-occupazione. Le madri sono anche "vittime" del precariato. Non sorprende perciò constatare come la crisi abbia fortemente ridotto le nascite -20% nel Nord del paese. I costi della genitorialità - ha aggiunto Boeri - potrebbero essere fortemente contenuti non solo rafforzando i servizi per l'infanzia, ma anche e soprattutto promuovendo una maggiore condivisione della genitorialità».

Vi lascio alla lettura senza aggiungere altro.

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Essere mamma...è bello! essere (neo) mamma lavoratrice....un po'meno. 
Quando scopri di essere incinta, hai quasi timore a comunicarlo a lavoro; lo fai come se dovessi giustificarti per la tua "condizione", ti pare di essere anche un po' stronza a non avere reso partecipe il tuo datore di lavoro di quanti potenziali rapporti a rischio hai avuto nel periodo fertile. 
Ok, vai in maternità. Inizi ad approcciarti alle simpatiche signore del Patronato per le varie pratiche. In coda, in piedi, fuori dagli uffici dal mattino presto perché ti hanno detto che fanno passare solo 15 persone. Che vuoi che sia un'ora e mezza di coda?Si, prova a farlo con un peso costante sulla vescica e la carenza da zuccheri della mattina!
Comunque ora sei a casa, puoi goderti in tutto relax la tua gravidanza. Ok, è passato un mese e ti sei già un po' stufata di incontrare lo stesso vecchietto al parco, le tue amiche lavorano, maledici il fatto di non avere un cane da portare a passeggio almeno due volte al giorno. Ikea ti viene in soccorso e così rivoluzioni casa, tipo che dal mattino alla sera il tuo compagno di rientro da lavoro si trova una stanza in più in casa. 
Arriva il tanto atteso giorno, è nato. Sei mamma. È la cosa più bella che tu abbia mai visto ma pensi "mai più nella mia vita, grazie!" 
La tua liason con le gentili signore del Patronato non si è ancora conclusa. Entro 3 mesi del pupo devi correre per prorogare la maternità. Chiami, appellandoti alla comprensione, chiedendo un appuntamento in modo da evitare la coda di cui sopra, al freddo di dicembre, con un neonato. Ti dicono che non possono farci nulla, "signora, deve essere lei a organizzarsi!" Rimandi almeno 3 volte: la prima perché consapevolizzi che al mattino non hai una vita fuori dal pigiama e la tetta pronto uso, la seconda perché ti sono ricomparse le emorroidi da parto (anche se ti chiedi se mai ti avessero lasciata) e non riesci a stare seduta, la terza ti vesti, vesti il pupo, lo cambi, carichi passeggino e ovetto in macchina, lo cambi-nuovamente-, arrivi mezz'ora prima dell'apertura, ti senti estremamente figa. Sbagli giorno.
Nei mesi successivi, dai fondo a tutte le tue ferie e permessi perché con il 30%dello stipendio ci fai ben poco.
Arrivi al settimo mese del bimbo e decidi di rientrare a lavoro. Ti autoconvinci che va bene così, che è giusto così, che si è adattato benissimo a stare coi nonni. Ma dentro te hai un magone che manco il primo giorno di scuola. Devi farlo però....la tua posizione da precaria ti mette nella posizione di dovere dimostrare anche in questa occasione quanto tu sia contenta di lavorare e pronta, prontissima per farlo!
Al mattino piangi, ma lo fai in bagno, di nascosto e velocemente, perché mentre ti lavi i denti hai il pupo sulla sdraietta che urla e richiede le tue attenzioni. Arrivi a lavoro, scompigliata come se ti fossi appena alzata da una notte di sesso. Non è proprio così. Il pupo sta mettendo i dentini e ci ha tenuti svegli quasi tutta la notte. Ma va bene, riusciamo ad alternarci bene- confidi alla collega, di fronte al tuo decimo caffè della giornata.
Le giornate passano tra la lotta a concentrarti in ciò che fai e i video/foto che i nonni mandano sui gruppi Whatsapp di loro con il pupo: in bici, al parco, sul prato, a passeggio, mentre fa la pappa e la nanna. Esci da lavoro, vai a recuperarlo dai nonni, i quali ti fanno il resoconto di ogni funzione corporale espletata dal cucciolo. Torni finalmente a casa e iniziano le "calde ore serali": gioco, bagnetto, pappa, preparazione cena, cambio pannolo, nanna, cena-la tua-finalmente. 
In tutto questo periodo da ricovero in Casa di cura, a lavoro pensano bene di fare un concorso. Sai che è la tua grande occasione per regolarizzare finalmente la tua posizione. Riprendi a studiare. Si, fallo con un pupo bisognoso di attenzioni che stai ancora allattando. Ogni frazione di tempo libero studi, le "pause siga" di una volta sono sostituite dalle poppate, hai bava e briciole tra le pagine-strappate -dei libri. 
Affronti le prove a testa alta, stringendo stretto il pennarello blu con cui giocavi con il piccolo mentre ripassavi il giorno prima. 
Non va come sarebbe dovuto andare per avere determinate garanzie. D'altronde, a chi era seduto dall'altra parte della scrivania -giustamente- non importa che hai passato le notti in bianco, che sei talmente prosciugata dalla stanchezza che non riesci a memorizzare le nozioni come da manuale, che hai ripreso da poco a lavorare ed è ancora tutto così strano...
In un attimo ti ritrovi a ricoprire il cliché della giovane madre che ritorna dalla maternità... e non ha più il lavoro. E tu, che fino ad ora ne avevi solo sentito parlare da persone lontane da te, ti rendi conto di quanto punga questa situazione. 
Ti vengono proposte alternative e capisci come, dopo un figlio, le tue valutazioni sulle proposte lavorative cambino. Ti vergogni, perché non sei mai stata così, eppure ora il primo elemento che valuti è la distanza dal luogo di lavoro. Ti scopri andare su Google Maps per calcolare il percorso casa-lavoro. Anzi no, ti viene spontaneo inserire quello lavoro-casa, perché pensi subito quanto ti ci vorrà a ritornare dal tuo bimbo a fine giornata lavorativa. Non osi fare parola con nessuno delle tue perplessità perché tu hai già "l'handicap" di avere un bimbo piccolo, non puoi permettertelo !
Io credo davvero che una madre all'interno di un'azienda sia un valore aggiunto e non un deficit, come spesso viene vista. Diventando mamma acquisisci una capacità di problem solving, di essere multitasking, di empatia, di solidità...che dovrebbe esserci la voce "mamma" sul cv. Purtroppo penso che fino a che la domanda "pensa di avere figli?" a colloquio di lavoro, scaturirà sudori freddi nella candidata di turno (perché non viene chiesto ad un candidato...) le politiche sociali italiane dovranno fare i conti con l'ignoranza, la mancanza di visioni lungimiranti e l'inevitabile mancanza di crescita economica.
Amare il proprio lavoro ed avere una famiglia è davvero così utopia?


giovedì 24 agosto 2017

Quando "staccare la spina" serve davvero

Dopo soli 2 -3 giorni di vacanza sono stata poco bene, mi sentivo come se avessi la febbre, ero stanchissima e riuscivo solo a dormire.

Ho passato gli ultimi mesi a correre, sotto pressione e di notte dormivo poco.
Sono arrivata al 14 luglio letteralmente "sui gomiti", ero così stanca che non avrei retto neanche un'ora di lavoro in più; il cervello ero saturo, il corpo era accartocciato, gli occhi erano gonfi ed il mal di testa non passava, martellava e martellava.

Ero carica a molla, sapevo di dover andare e la mia molla scattava, però...però sapeva di avere una scadenza il 14 luglio.

Sono partita il 14 luglio alle 23.30 con solo due ore sonno e andava bene così, dovevo solo chiudere tutto alle mie spalle, fuggire e spegnere ogni cosa, compresa la mente.
Ossigeno, iodio, tranquillità e libertà.

Avevo 15 giorni per capire cosa non aveva funzionato negli ultimi mesi, o quanto meno metterlo a fuoco, perchè cosa non stava funzionando lo avevo ben chiaro, ma non sapevo come mettere un freno!

Un'idea! Prima di ogni cosa: "downshifting" che letteralmente significa "scalare la marcia" e  così ho fatto. Avevo i pensieri sempre in circolo ma, ho pagato cara la conseguenza di questo rallentare, o meglio dell'aver corso troppo...prima.
Sono stata poco bene, ho sentito calare l'adrenalina ed aumentare la spossatezza, la stanchezza ed il sonno arretrato.

Non è giusto! Non era giusto e, devo imparare e capire che, non sarà giusto!

Il mio lavoro è un di cura, cura intesa come benessere, come autonomia, come cambiamento e come attenzione. La domanda, a questo punto, è: chi si prende cura di chi si prende cura? Domanda sicuramente già sentita e banale, la cui risposta, però, non lo è.

Ho scelto un lavoro interessante, dinamico, delicato, ma che richiede la giusta dose di "comprensione del sè ed i propri limiti", e quanto è troppo è troppo. E' importante riconoscere che è "troppo" e mettere un freno, mettere in atto il downshifting e rallentare.
Nessuno di noi è un super eroe, vorremmo tanto, ma siamo umani, con limiti e risorse e se vengono meno queste ultime e non sappiamo riconoscere i primi, abbiamo certamente fallito. Non possiamo svolgere il nostro lavoro se siamo sull'orlo del burn out, se bruciamo, non siamo come il fuoco che scaldiamo od illuminiamo, ma ci facciamo e facciamo del male.

Sono un operatore sociale, un'assistente sociale, ma sono anche una figlia, una donna, una compagna, un'amica ed una sorella ed il mio vissuto personale non deve inficiare il mio lavoro e quest'ultimo non deve essere "la mia vita", perchè c'è un tempo per...




martedì 24 gennaio 2017

La pazienza

"Quanta pazienza", "santa pazienza", o ancora "sto perdendo la pazienza!"

Quante volte utilizziamo queste espressioni? Ed ancora quante volte siamo vittime di chi la pazienza la "perde", oppure siamo chi cerca di aggrapparsi anche a quel briciolo di pazienza che gli resta?

Nel vocabolario Treccani si legge: "paziènza (ant. o region. pacènza, pacènzia, paciènza) s. f. [dal lat. patientia, der. di patiens -entis «paziente»]. –  Disposizione d’animo, abituale o attuale, congenita al proprio carattere o effetto di volontà e di autocontrollo, ad accettare e sopportare con tranquillità, moderazione, rassegnazione, senza reagire violentemente, il dolore, il male, i disagi, le molestie altrui, le contrarietà della vita in genere".

Voglio partire da questa definizione perchè, di recente, quella disposizione d'animo l'ho persa, mi è sfuggita di mano in un contesto poco adeguato ma, ne sono certa, per una buona causa. Il mio agire professionale.

Ogni giorno combattiamo affinché il "nostro" operato sia rispettato e riconosciuto, per far in modo che la nostra professione non venga nè vissuta nè interpretata erroneamente, ma sappiamo anche che ci scontriamo contro grandi muri che, ancora oggi, sono difficili da abbattere.
Ecco, forse, in alcuni casi, non soccombere, non lasciarsi sopraffare e - con valide argomentazioni - sostenere la propria posizione permette di dimostrare che la professione di Assistente Sociale non è inferiore a qualsiasi altra. 

In una conversazione telefonica, pochi giorni fa, ho avuto il (dis)piacere di dover constatare quanto la mia professione ancora non sia compresa e conosciuta e quanto altre, invece, si sentano in diritto di inveire, giudicare e criticare e non in maniera costruttiva.

L'articolo 10 del Codice Deontologico dell'Assistente sociale recita così: "L´esercizio della professione si basa su fondamenti etici e scientifici, sull'autonomia tecnico-professionale, sull'indipendenza di giudizio e sulla scienza e coscienza dell´assistente sociale. L´assistente sociale ha il
dovere di difendere la propria autonomia da pressioni e condizionamenti, qualora la situazione la mettesse a rischio". 
Avere autonomia (su una determinata situazione) significa anche assumersi responsabilità (tecnica) e questo, quindi, comporta avere autonomia durante tutto il processo di aiuto, senza dimenticare sia la partecipazione delle persone in ciascuna delle fasi sia la collaborazione con gli altri colleghi, che come ricordano Bianchi E. e Filippini S., "naturalmente ciascuno per il proprio ruolo e sfera di competenza" (Le responsabilità professionali dell'assistente sociale, 2013, p.39).

Io ho difeso la mia sfera di competenza, il mio agire professionale e, di fronte ad urla e parolacce che poco si addicono ad un professionista, ho perso la pazienza alzando il tono della voce. Ho provato ad usare le "buone", ma a poco è servito. Non tolleravo più nè la maleducazione nè lo scarso riconoscimento del lavoro svolto, con alle spalle un preciso mandato istituzionale e professionale.

Mi è stato detto, da una persona più saggia di me, "Chiara quando ci vuole...ci vuole!" e ci voglio credere!

venerdì 13 maggio 2016

"Il peso della valigia"



Nella musica trovo sempre un rifugio, un angolo tutto mio in un mondo che non riconosco e che, talvolta, fatico a comprendere.
Se la musica mi coccola, anche questo blog ha una sua funzione terapeutica!


Occhi azzurri, dita affusolate ed ingiallite dalla nicotina.
90 anni e la sua terra nel cuore.

Cerchietto in testa.
Mani nelle mani.
Sguardi incrociati.


Sento un pò di freddo e tanta umidità, non riesco a non chiedermi come si stia in quella casa la notte...

Toni più accesi, poi velocemente tutto si placa e così per circa un'oretta.
Cosa devo fare? Cosa posso fare?

Aiuto!


Un fil di voce ed un messaggio forte e chiaro.

Non è la risposta alle mie domanda, ma è una parola potente!
Sgretola ogni tipo di sicurezza e di certezza, arriva dritto come un pugno in pancia e ti fa vacillare.
Mi sono sentita impotente per qualche istante, come se avessero innestato lo slow-motion e tutto avesse iniziato ad assumere una forma diversa.
Sento gli occhi bagnarsi ed è lì, forse, che ho ripreso contatto con me stessa ed il contesto.
Grazie ad una persona ho avuto modo di mettere a fuoco quello che stava accadendo: "pensa se avesse chiesto aiuto ad una persona che faceva finta di nulla? Invece ha incontrato te. Il caso non esiste, io ne sono convinta!"

Questo è bastato per farmi sentire cosciente e presente.
E' vero, oggi ed in questi giorni, abbiamo corso, abbiamo pregato, abbiamo spremuto meningi ed ipotizzato almeno una decina di "soluzioni", ma è altrettanto vero che lo sguardo su quel divano e quella mano che si avvicina alla bocca e mi saluta con un "bacio volante" hanno un profondo significato.

"Se vuoi fidati di me!
...dimmi la tua storia...
...dimmi che si ride almeno un pò..."



mercoledì 17 febbraio 2016

"Ciao Scuola sono il Servizio Sociale, mi presento"

"Si è professionisti quando si agisce in scienza e coscienza"

Ho detto questa frase durante un incontro con un gruppo di professori di una scuola secondaria di primo grado, da quel giorno penso e ri-penso a quella frase ed a quelle due ore trascorse insieme a loro. Quel lasso di tempo mi ha davvero arricchito, ma sul momento i sentimenti e le emozioni che provavo erano contrastanti.

Sono fermamente convinta che la Scuola ed il Servizio Sociale debbano lavorare in integrazione, in sinergia e collaborare, ma tutto ciò non è possibile se prima non c'è nè una reciproca conoscenza dei rispettivi ruoli, nè la convinzione che il lavoro in rete possa essere una valida strategia operativa ed un modus operandi.

All' incontro, che come Servizio abbiamo organizzato, erano presenti almeno una decina di professori che, a prima vista, sembravano scarsamente interessati e da alcune domande fatte anche "prevenuti" nei confronti del Servizio Sociale. 
Noi operatori abbiamo proseguito cercando di non farci demoralizzare, ma accogliendo le loro perplessità e cercando di sottolineare l'importanza della collaborazione.
La domanda che ha scatenato poi un dibattito interessante e, per me, arricchente è stata: "ma fattivamente cosa fa il Servizio Sociale?"

Farsi conoscere e far conoscere, avvicinarsi e non restare "nell'ombra" e nel limbo del "loro devono saperlo" o ancora "sicuramente loro lo sanno". 

In un convegno di recente la Prof.ssa E. Allegri ha detto: "apriamo la finestra" e la trovo una bellissima metafora! Apriamo la finestra facciamo entrare e proviamo ad uscire ed a far uscire.

Noi Assistenti Sociali dobbiamo far entrare chi non conosce il Servizio Sociale e mostrarlo, farci comprendere e rendere il nostro operato il più chiaro e limpido possibile, spiegare le nostre azioni ed i nostri pensieri.
Facciamo entrare i dubbi, ma ragioniamo insieme a chi li porta.

Usciamo e andiamo verso quei "territori" dove è fondamentale esplorare, avviciniamoci con spirito di reciproco scambio.

Al termine dell'incontro si è avvicinata un'insegnate che mi ha voluto raccontare una sua esperienza in una classe di 20 ragazzi: "non sapevo come fare, io insegno scienze ed il problema che stava vivendo quel ragazzo di emarginazione e di prese in giro continue in qualche modo lo dovevo affrontare". Ha utilizzato la scienza per passare ai ragazzi un messaggio fondamentale e mi ha chiesto, inoltre, se una situazione come quella che mi aveva esplicitato poteva essere un'occasione per chiedere una consulenza al Servizio Sociale ed avere un confronto o strategie comuni.

Un passo avanti reciproco...verso l'altro, concluso con un "grazie".

mercoledì 20 gennaio 2016

Uno spaccato di vita umana e professionale

Credo che se questo blog (tanto amato, quanto odiato) ha uno scopo deve essere quello di diffondere gioie e dolori, difficoltà e momenti più piacevoli ed aprire le porte su una professione, quella che ho sempre definito la più bella, la mia. L'Assistente Sociale.

Credo tanto nel mio lavoro, ci credo così tanto che quando mi chiedo se sarei in grado di fare altro nella vita mi rispondo di no (peccando forse di presunzione).

In questo post voglio raccontare, come sempre, uno spaccato di vita umana e professionale che da qualche tempo mi accompagna, ma quando riesco a sedermi e scrivere significa che è pronto per essere condiviso.

In un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi mi arriva, fra una telefonata e l'altra, la richiesta di un'indagine sociale su un minore (per dovere non entro nello specifico).
La stampo e la leggo più di una volta. 

"Prego inviare indagine entro il 30 novembre".

La rileggo, non mi faccio congetture od ipotesi, ma prendo un foglio e scrivo quello che da lì ai giorni successivi dovrò fare.
Scrivere le convocazioni al Servizio ai genitori, organizzarmi quelle giornate affinchè lo spazio da dedicare ai colloqui sia adeguato, rileggere la richiesta del Procuratore e, sopratutto, essere pronta. 

Pronta...che poi...chissà mai cosa vorrà dire.

Le storie di vita delle famiglie, i loro cicli di vita, i racconti ed i vissuti ti colgono sempre di sorpresa, impreparata. Non c'è un copione e non c'è una formula magica. 

C'è la professionalità, ci sono i principi etici, ci sono gli spazi ed i silenzi, c'è l'accoglienza ed il congedo.

Il giorno della visita domiciliare concordata mi resterà impresso a vita.

Parcheggio l'auto un poco distante perchè qualche passo a piedi per il paese fa sempre bene, mi spavento per quel solito cane nero che abbaia quando si passa davanti al suo cancello ed arrivo di fronte alla porta di casa.
Suono il campanello e mi apre la mamma del piccolo con un grande sorriso.

Chiedendo "permesso" entro e saluto tutti.
C'è un buon odore in casa, lo riconosco: torta alle mele!

Mi siedo al tavolo, mi presento sia al bambino che al signore accanto a lui, la mamma mi segue poi a ruota nel discorso iniziato (molto leggero e di elogio al bambino per i voti a scuola), però la mia attenzione viene catturata dal bambino. Il suo viso sta diventando piano piano sempre più rosso, cerca di proteggersi con le mani ed all'improvviso scoppia a piangere. 

A questo non ero pronta, forse non lo si è mai! Il pianto di un bambino.
Come lo sentiamo? Come lo gestiamo? Come lo viviamo?

La mamma ed io abbiamo interrotto il discorso e mentre le mi guarda io, forse a ragione, mi sento colpevole di quel pianto. 
Sono un'estranea in casa sua! 
Sono una sconosciuta seduta al suo tavolo!

Cerco di alleggerire la "tensione" accumulata e le mani sul viso si aprono. Io allargo un sorriso e le mani si aprono sul viso, sposto indietro la sedia e porto in avanti il busto e rilancio con una piccola battuta che ha, magicamente, interrotto il pianto.

Ancora rosso in viso mi dice che, prima del mio arrivo, ha preparato con la mamma un torta alle mele per me. Deliziata e riconoscente gli ho chiesto di mostrarla e di poterla assaggiare, ma insieme a lui.

Quanto era buona quella torta, ma quanto amaro il racconto della sua estate appena conclusa.

Non esistono manuali che insegnano a gestire il pianto, non esistono dispense che ci illustrano come entrare nella vita degli altri senza essere "prepotentemente" estranei.

Quello che sicuramente esiste e porto con me sono le emozioni, la passione e la conoscenza del mio ruolo. 
Quelle nessuno le può minare. 

Chiara

martedì 1 dicembre 2015

"Ci sono quelle sere che sono più dure"

Ed eccomi qui, come sempre la sera, davanti allo schermo del mio pc a cercare un pò di conforto in quello che è il mio blog.
Cerco "conforto" perchè qui posso lasciare una mia riflessione, una traccia ed una parte di me, quella che devo tenere stretta.

Il mio lavoro è bello, bello davvero, ma a volte ti trascina via anche l'anima.
Al mattino il sorriso è così radioso che servono gli occhiali da sole per non rimanere accecati, ma ci sono sere in cui ti senti solo più un fiore appassito.
Non mi vergogno a scriverlo e sarebbe inutile negarlo.

Questa è una sera di quelle.
Non voglio e non posso scendere nei particolari, ma dar voce ai miei pensieri ed alla fatica che ha deciso di bussare alla mia porta credo sia doveroso.

Fatica nel pensare e progettare;
Fatica nell'accettare che determinate situazioni sono quelle che hai davanti agli occhi e nessuno, neanche Harry Potter con la sua bacchetta magica, le può cambiare;
Fatica nel credere che ci sia così tanto dolore e così tanto menefreghismo:
Fatica nell'arrendermi che nessuno ha i super poteri, ma solo un cervello, un paio di mani ed un cuore e quelli devono bastare;
Fatica nel guardarsi allo specchio e sperare che il sorriso amaro di quella signora possa aver trovato un istante di sollievo;
Fatica nel rendersi conto che le parole di quel "Dottore" stanno spiegando, davanti ai tuoi occhi, una verità amara da deglutire.

Essere un professionista, per me, significa anche fare i conti con questi stati d'animo e saperli prima affrontare, poi gestire.

Accoglierli con pacatezza.
Osservarli con attenzione.
Farci quattro chiacchiere brutali.
Tenerli accanto come fedeli compagni.

...ci sono quelle sere che sono più dure...





venerdì 20 novembre 2015

Dall'altra "parte"

L'ho sempre sostenuto: se di una determinata "cosa" non si fa esperienza non si può parlare.
Per me è davvero importante scrivere, o parlare, di qualcosa solo se la conosco e la posso argomentare.
Diversamente taccio! Ascolto e cerco, poi, di approfondire il più possibile.

Fatta questa breve premessa, voglio raccontare la mia esperienza di questi 15 giorni da "famigliare di un paziente ricoverato in ospedale".

12 ore di Pronto Soccorso con mia mamma pallida come un cencio e con diversi problemi ben spiegati al momento dell'accesso al Pronto. 12 ore durante le quali nessuno ha chiesto se mia mamma avesse fame, sete, sonno, dolore, anche semplicemente bisogno di una coperta essendo arrivata da casa in pigiama con l'ambulanza.
Chiedere informazioni, anche solo sul proprio codice di accesso, era come chiedere di svelare il segreto di Fatima, solo una tirocinante, che avrà avuto pena di me, mi ha poi detto il colore.
Fatti i dovuti esami, mi rassicuro che mia mamma non passasse la notte in corridoio sulla barella del Pronto e torno a casa. 
Alle 9.30 del giorno mi era stato detto di ripresentarmi e trovo mia mamma in corridoio. 
Perplessa.

Le chiedo se ha mangiato e mi risponde di no!
No?!? Dalle 6 del mattino precedente mia mamma non mangiava, solo un volontario attento e premuroso, una volta saputo che mia mamma non aveva mangiato, le ha portato del te e qualche fetta biscottata.


Alle 16 di quel giorno: ricovero.
La tensione si allenta, mi dicono (così come mi dicono in tanti) che ora sarà tranquilla, controllata, in un ambiente sicuro.
Ci volevo credere e, nonostante tutto, ci voglio credere ancora.

Ospedale, reparto di medicina interna, in Piemonte.

Passano i giorni e le cose non migliorano, appena accennano a migliorare mia mamma cade. Cade poi una seconda volta. 
Chiedo di parlare con il medico di riferimento ed è qui che io passo dall'altra parte.

Sono il famigliare e sono io ad aver bisogno di risposte.
Conosco l'accoglienza e la trovo fondamentale.

Senza presentarsi, ma in piedi sulla porta con la fretta di andare via, vengo liquidata con: diamo tempo al tempo. 

Diritto alle informazioni, all'accoglienza, dare un senso al ricovero di mia mamma, parlare con l'esperto e smettere di avanzare ipotesi da profana e, sopratutto, finirla con i "stai tranquilla" che no0n avevano neanche più l'effetto placebo.

Inizio, da quel giorno, a farmi domande che mi hanno portato a leggere (sì, per la prima volta), il codice deontologico dei Medici e l'articolo 20 così recita: «La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull'individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura».

Quest'oggi nuovo appuntamento dove non vengo nuovamente accolta, mia mamma era presente al colloquio e le dichiarazioni del medico sono andate oltre il limite dell'accettabile. Paragonare i pazienti, paragonare le patologie lo trovo poco professionale, invitare mia mamma e la sottoscritta a "fare un giro nel reparto oncologico perchè lì la gente annaspa" non l'ho trovato solo di cattivo gusto, ma anche maleducato e davvero poco etico.
Ho mantenuto la calma, ma prima di andare ho dovuto specificare a questo medico che: "un giro in reparto me lo sono fatto avendo perso i nonni causa tumori".

Mi sono congedata dando un bacio sulla guancia a mia mamma.

E' vero che non essere il professionista può far sentire più fragili, ma è anche vero che è nel diritto del malato, dell'utente e del paziente non soccombere sotto le dichiarazioni dei professionisti con i quali ha a che fare.


giovedì 1 ottobre 2015

Il racconto di un'immagine

Questa è una di quelle settimane che, sul lavoro, vorrei bruciare tutto e ricominciare daccapo.
Corri di qua.
Cellulare che scotta.
Firma di là.
Dimentica il navigatore ed affidati al tuo senso dell'orientamento.

Insomma: "fermate il mondo che mi gira la testa!"

Poi, però, ci sono frammenti di giornate che vale la pena di ricordare e di raccontare.
Voglio provarci.

«Una mattina qualsiasi, un'Assistente Sociale e la sua collega OSS si stanno confrontando sul signore che è appena uscito. 91 anni, magro, sguardo furbo, carattere un pò burbero con la sua cartellina sotto il braccio, ed infine, il cappello.
Era entrato per avere informazioni riferendo, inoltre, che aveva una visita da fare, ma che sarebbe andato da solo nonostante il dolore.

"Da solo?" si domanda l'Assistente Sociale e pensierosa esterna la sua perplessità alla collega OSS.
Quest'ultima specifica meglio la situazione dell'uomo che, da lì a poco, è rientrato in ufficio al seguito di un altro collega di lavoro.

I tre colleghi invitano l'anziano a sedersi e l'Assistente Sociale cerca di conoscere meglio quel signore che, però, non pare aver voglia di ascoltare, si vede che ha voglia di star "in compagnia", ma non di ascoltare.
Nessuno demorde e l'anziano signore decide di lasciarsi un pò andare, rimanendo contrario alle proposte delle due donne presenti, una seduta di fronte a lui, divisa da una scrivania, e l'altra distante a sufficienza per mostrare "scarso" interesse.
L'Assistente Sociale, quindi, si alza e prende una sedia libera e si siede accanto al signore che, decide di togliere il cappello "almeno per rispetto questo va tolto!"

Dopo averlo poggiato sulle gambe ossute si volta verso la giovane  e le dice: "ah ti siedi vicino a me, nè?!" mostrando un velato sorriso; l'Assistente Sociale, sorridendo a sua volte, risponde: "è giusto che mi sieda accanto a lei, così ci sentiamo e vediamo meglio!".

Il collega OSS, entrato da poco, coglie la palla la balzo e si rivolge al signore dicendo: "sai di dov'è la Chiara?", un cenno del capo ad indicare un ovvio "no" "è di Milano!".
Dopo aver sentito quelle parole si volta verso l'Assistente Sociale e le dice: "ma davvero?? e lo parli ancora il milanese? Io ho lavorato a Milano per 50 anni", "dove abitavi a Milano?".
Una raffica di domande, ma che hanno aperto una porticina, uno spiraglio che non va ignorato.

"Sì, di Milano ed abitavo in via Brioschi, la conosce?" e la sua risposta affermativa un pò fa sorridere il cuore della ragazza .
Il signore ritornando sulla difensiva racconta di non voler andare alla visita, che non gli serve più a nulla, che è "vecchio", che poi diventa buio e non si fida a guidare...

E...se è vero che quello spiraglio non andava lasciato scappare l'Assistente Sociale, dopo aver ascoltato tutte le remore riprende:"ma senta davvero non se la sente di farsi accompagnare a questa visita da lei?" indicando la collega OSS, "io sarei più tranquilla, lei non dovrebbe guidare con il dolore alle gambe, avrebbe compagnia nel viaggio e qualcuno che può aiutarla se il dottore le parla un pò difficile!".

Sarà stata Milano, sarà stata la vicinanza fisica, sarà stato il buon senso del signore o sarà stata la Madunina, ma ha accettato di farsi accompagnare.

Si è alzato dalla sedia sorridendo, salutando...rimettendosi il cappello».

Un tassello di una giornata.
Un cappello che va tolto per rispetto.
La prossemica che la dice lunga.
Milan l'è on gran Milan.
Una giovane donna ed un uomo anziano.
Tre colleghi di un Servizio Sociale.

La quotidianità ed il senso.